Langue su la mia man, si strugge il sangue.
Del matricidio la recente macchia
lavata è già: col sangue d'un porcello
presso l'ara del Dio fu cancellata.
Che raggio di luce! Oreste ha dunque sacrificato un porcello ad Apollo: il sacrificio fu compiuto prima della scena in cui Oreste ci è apparso tra le Furie, perché al fine di quella scena Oreste fugge, né in séguito torna piú nel santuario d'Apollo: conclusione... conclusione: «naturalmente il sangue non è quello della madre, bensí quello del porcello sacrificato ad Apollo»[10]. E dice proprio naturalmente: natürlich. Perché è incredibile quante cose che a noi sembrano dell'altro mondo, siano naturali per i filologi tedeschi e per i loro tirapiedi italiani. Scommetto che qualcuno di essi, leggendo queste mie righe, mentre tu, o lettor profano, ridi, starà meditando gravemente se il Blass non possa per avventura aver ragione lui[11].
Dunque, o profani, avete inteso bene anche questa volta? I poeti greci sono grandi, ma sono anche remoti; e per intenderli occorre l'aiuto dell'ermeneuta. Eccolo, l'ermeneuta. Mentre voi, dinanzi a quella portentosa fantasia tragica, raccapricciate, mirando le mani insanguinate del matricida, l'ermeneuta viene, barbone e occhiali, e vi susurra misterioso all'orecchio: Attento bene, o profano! Quello è sangue di porco!
***
E senza abbandonare Eschilo, veniamo finalmente al piú grande dei moderni ellenisti, al pontefice massimo, al gran lama, al kaiser della filologia moderna: Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff. Questo nome, sí, fa tremare le vene e i polsi a tutti i filologi autentici, serî, veramente scientifici. Per avere denunciate alcune sue gustosissime amenità pindariche[12], io mi sono attirato l'odio teologico di quasi tutti i filologi italiani. Ma questo non interessa il lettore. Il Wilamowitz è poi anche abbastanza noto al gran pubblico, perché durante la guerra è piú volte uscito dal suo guscio filologico, per fare clamorose ed esilaranti dimostrazioni patriotiche. Un giorno, in una seduta magna dell'accademia di Berlino, dopo che altri luminari ebbero schiccherato parecchi discorsi imperialisti e mangiacristiani, come usavano allora, si levò solenne, nella candida maestà della barba fluente. Religioso silenzio. E mentre tutti attendevano dio sa quali fiumi di eloquenza demostenica, intonò con voce gagliarda il Deutschland über alles. Sarebbe come se, a una tornata solenne dei Lincei, Pasquale Villari, putacaso, si alzasse a cantare: Si scuopron le tombe, si levano i morti. — Un'altra volta interruppe la lezione, e dopo un discorsetto di circostanza, rivolto alle studentesse: È guerra — disse — le studentesse alla calza! — L'ultima fu il permesso solennemente accordato alla patria tedesca di rappresentare sulle scene alemanne i drammi di Shakespeare. Eravamo ai grassi giorni della neutralità, e codeste bertoldaggini erano riferite nei giornali italiani dai corrispondenti germanofili con accenti di commossa ammirazione.
Il Wilamowitz, dunque, ha pubblicato, pochi mesi fa, un grosso volume di interpretazioni eschilee; e nella prefazione scrive queste sacrosante parole: «L'interprete d'un'opera d'arte deve fare ben piú che spiegare parole e proposizioni: egli deve sentire simpaticamente col poeta, deve sentire l'opera e il poeta come qualche cosa di vivo, ed insegnare agli altri a sentire». — Benissimo! Proprio quello che io vado ripetendo da oltre un decennio ai wilamowitziani d'Italia, i quali rimarranno adesso un po' male, sentendo queste parole pronunciate dal loro idolo.
Benissimo! Ma come sente poi il Wilamowitz? Come insegna a sentire? — Del suo volume mi occupo altrove, lungamente[13]. Qui, a conclusione di questo già lungo articolo, citerò un paio di esempî.
Apriamo, anche una volta, l'Agamennone. Quando il re d'Argo, reduce vittorioso da Troia, si presenta sul carro dinanzi alla reggia. Clitennestra, che medita già in cuor suo di ucciderlo, lo saluta con un lungo discorso tutto miele, infinte lusinghe, velati sarcasmi. E conclude:
Ed or che il male
sofferto è già, con cuor lieto, quest'uomo
dirò cane fedel della sua casa,
gómena che salvezza è della nave,
saldo pilastro dell'eccelso tetto,
figliuolo unico al padre, terra apparsa
ai naviganti contro ogni speranza,
giorno fulgente dopo il turbine, acqua
di vena al peregrino arso di sete!
Questo è il saluto ond'io t'onoro.