Sapete che cosa ha inventato il Wilamowitz? Nei Canti popolari Toscani ha letto i seguenti versi:

L'è rivenuto il fior di primavera,
l'è ritornata la verdura al prato:
l'è ritornato chi prima non c'era,
è ritornato il mio 'nnamorato:
l'è ritornata la pianta col frutto,
quando c'è il vostro cuore, il mio c'è tutto:
l'è ritornato il frutto con la pianta;
quando c'è il vostro cuore, il mio non manca:
l'è ritornato il frutto con la rosa;
quando c'è il vostro cuore, il mio riposa.

Questo canto e le parole di Clitennestra sembrano al Wilamowitz una sola cosa; onde egli induce dalla somiglianza non so qual profondo misterioso rapporto; e scrive, senza paura: «Io credo fermamente che i carmi convivali o i canti popolari greci offrissero qualche cosa di simile. Questo non si può riuscire a provarlo; ma questo rispetto amoroso ci fa vedere a quale sfera il poeta abbia attinto i colori per la finzione ipocrita (di Clitennestra)», etc., etc.[14].

Per capire bene l'amenità di questa osservazione, bisogna rileggere l'intera scena e l'intero discorso di Clitennestra, e vedere come tutto quel che precede prepara l'animo in modo che queste ultime lusinghe della femmina feroce suonano nell'anima del lettore come un sarcasmo d'altezza tragica infinita. Allora viene l'ermeneuta, e vi susurra all'orecchio che dovete pensare ad uno stornello paesano.... Con che cuore, con che cuore! — E poi notate: «a quale sfera il poeta abbia attinto i colori!» Come se Eschilo, la fantasia piú vulcanica che il mondo abbia mai avuto, andasse a racimolare qua e là bricciche per comporre le sue tragedie. Avrebbe potuto almeno ricordare, il kaiser dei filologi, che nelle Rane d'Aristofane appunto Eschilo rimprovera al suo rivale Euripide un simile sistema di composizione poetica!

E quasi piú interessante è la interpretazione o visione wilamowitziana della scena di Cassandra.

Come tutti rammentano, la fanciulla profetica rimane muta ed immobile durante tutta la scena dell'arrivo. Esce poi Agamennone, esce Clitennestra, i coreuti intonano il loro tristissimo canto, né essa dà segno di vita. Sembra, secondo la icastica espressione del coro, una belva or ora presa. Riappare Clitennestra, la invita a piú riprese ad entrare nella reggia, i coreuti la esortano, ma non ottengono risposta. La regina rientra, i coreuti rivolgono alla fanciulla un'ultima affettuosa esortazione. Né essa risponde; bensí, d'un tratto, rompe in un inatteso grido straziante, che fa tuttora correre un immenso brivido tra le file degli spettatori.

Il Wilamowitz, come ho detto, offre di questa scena una interpretazione sua: e per apprezzare questa interpretazione, bisogna che rileggiamo insieme tutta la scena. Riferisco la mia versione.

Clitennestra
Esce dalla reggia, e si rivolge a Cassandra.

Entra tu pure. — Dico a te, Cassandra.
Poi che benignamente volle Giove
che i sacrifici tu partecipassi
fra i molti servi, stando presso all'ara
del Dio custode della casa. Scendi
dal cocchio, scaccia il tuo soverchio orgoglio.
Anche il figlio d'Alcmena, un tempo, dicono,
fu venduto, e dove' piegarsi a forza
a servil giogo. Allor che su noi piomba
di tal sorte la forza, è assai fortuna
trovar padroni d'opulenza antica:
ché quanti ricca messe hanno ricolta
oltre ogni loro speme, in tutto crudi
sono coi servi, oltremisura. Tu
quanto conviene troverai fra noi.

A
a Cassandra che rimane muta.