Non ce n'era proprio nessuno. Il contenuto e gli scopi della filologia s'erano venuti precisando e determinando nei periodi francese, olandese e inglese: non c'era che da seguire la via tracciata.
E dunque, che cosa pote' indurre il Wolf a questo prodigioso ampliamento? Il bisogno, innato in ogni alemanno, di cercar mezzogiorno alle due pomeridiane? La mania d'annessione, nella quale parecchi vogliono oggi riconoscere la qualità fondamentale del carattere tedesco? Forse. O forse un altro movente, non dirò nobilissimo, ma certo umano: e i filologi non sempre si librano al disopra delle umane miserie.
Ecco. Dopo il momento umanistico, dopo i periodi francese, olandese, inglese, cominciando ad esaurirsi il materiale di studio, sfiorendone di giorno in giorno la freschezza, veniva sempre piú in luce un carattere della filologia, che nei primi entusiasmi era come sparito: il suo carattere di mezzo e non di fine, di transitorietà e non d'immanenza. La filologia si mostrava quale essa è veramente, non una scienza a sé, bensí un metodo di lavoro. Ma cosí sparivano gli ultimi raggi dell'aureola che aveva già circondata la fronte dei nostri umanisti: cosí la maestà del filologo discendeva ancora d'un grado.
Ed ecco il colpo di stato di Augusto Wolf, e la conseguente annessione delle ventiquattro provincie. La filologia semplice mezzo, metodo, disciplina scientifica? La filologia è la scienza delle scienze: essa le abbraccia tutte, come l'imperatore di Germania abbraccia o abbraccerà tutte le nazioni del mondo: dalla filologia, come dal kaiser, raggerà la luce su tutte le genti.
Le conseguenze del colpo di stato furono molteplici e varie, e in questo articolo è proprio impossibile discuterle. Ma fin d'ora accennerò a quella strettamente connessa con la nostra domanda iniziale: alla babelica discordia nelle ulteriori definizioni della filologia.
I filologi alemanni, dunque, si trovarono di punto in bianco dinanzi a questo mostro, a questo ircocervo, che era uno ed era ventiquattro; e non vi so dire se, con la disposizione sortita da madre natura per le lucubrazioni apocalittiche, si sbizzarrirono a studiarlo, a sviscerarlo, a definirlo. E ognuno enunciava la sua teoria. Un dilettante di teratologia può con molto frutto andarle a scovare. Io non le infliggerò al lettore, che, del resto, può vederne discusse alcune in un bell'articolo di Raffaele Onorato (Nuova Antologia, 16 maggio 1912). Ma non voglio defraudarlo di quella dell'Urlichs, che apre il famoso Manuale della scienza dell'antichità classica di Iwan von Müller, una lunga serie di volumoni che comprendono l'alfa e l'omega di tutta l'odierna scienza filologica. Dunque, secondo l'Urlichs, la filologia è la scienza dell'idealità concreta. Essa deve dimostrare «la validità e il senso delle antiche testimonianze, la connessione delle manifestazioni singole con le maniere collettive di pensare e d'intuire dell'antichità». E cosí «nelle sublimi creazioni di spiriti originali, offre efficace correttivo alla comune ipervalutazione del realismo utilitario, perché stimola la fantasia, impegna l'intelletto, arricchisce il cuore e acuisce l'ingegno». — Come un aperitivo Dulcamara. Oh dove sei tu, ché in Italia non ti vedo, ombra che pensavi di Gian Domenico Romagnosi!
La risposta è molto filosofica. Ce n'è però una molto piú semplice. La filologia è e dev'essere, né piú né meno, quello che è stato nei grandi periodi classici. Deve preparare edizioni corrette, e vicine, il piú possibile, al testo originario: deve intorno ai testi raccogliere, con la maggior sobrietà possibile, il materiale illustrativo. Arrivato a questo punto, il filologo, in quanto filologo, ha esaurito il suo compito. Se poi oltre che attitudine e spirito filologico, possiede anche autentiche attitudini storiche, critiche, estetiche, scriva storia, critica, letteratura: ma a codeste belle cose, le attitudini puramente filologiche non servono proprio un bel corno; o servono a spacciare amenità, come quelle, documentate nell'articolo scorso, del Keck, del Wilamowitz, dei loro tirapiedi italiani. A scrivere storia, letteratura, critica, si richiedono altre qualità, che non s'acquistano, per trasfusione divina, con la patente di dottore in filologia. Dunque i filologi facciano i filologi all'antica, e non vadano oltre. E che c'è da vergognarsi, ad essere filologo puro?
Il corvo! Ha il brutto vezzo di scarnificar le carogne; ma non è mica un brutto animale, il corvo! Nel bugigattolo del ciabattino, con le ali un po' mozze, col becco grosso e duro, nero nero, lustro lustro, è un sollazzo vederlo saltabeccare qua e là, scavizzolando e ingollando chicchi di granturco, bottoncini da scarpe, e in genere ciascun oggettino che luccichi. E perché gli dovrebbe venire lo struggimento d'andare a far la ruota fra i pavoni, nei giardini del re?