1) Metodologia scientifica. — Nessuno ignora che i tedeschi hanno la mania di fabbricar teorie. Metteteli al punto, e vi scrivono un volume di mille pagine sulla «teoria» d'infilarsi la giubba. Cosí fecero per la filologia. — Nel confrontare diversi codici per derivarne la lezione presumibilmente piú vicina al testo originario, nell'emendare secondo la grammatica e le norme stilistiche l'archetipo cosí derivato, e in simili altre bisogne filologiche, conviene certo seguire certe regole. E il buon senso le detta, e i grandi filologi in genere le avevano seguite senza sciorinarle, senza organizzarle né farne pompa. I tedeschi formularono, riunirono, codificarono, articoli, commi, sottocommi. Ricordo un professore di storia che all'Università ci intrattenne per un anno intero sulla metodologia, insegnandoci che conveniva citare sempre l'ultima edizione scientifica, e quando si riferiva un brano d'un altro scrittore, avvertire che non era nostro, e chiuderlo fra virgolette, e citare la pagina precisa, e mettere un sic fra parentesi se l'opinione non ci persuadeva, e via di questo passo.
Dunque, metodologia, asfissía. Ma in conclusione, ciascuno lavora secondo il proprio genio. Se i tedeschi per filar diritto hanno bisogno di tutti questi «freni teorici», adoperino pure questi freni teorici. L'essenziale è che non deviino, che il risultato sia buono.
E a dire il vero, per il lavoro filologico, secondo il concetto determinatosi nel periodo francese — raccogliere, dunque, e ordinare, — i tedeschi possedevano qualità di prim'ordine: pazienza, resistenza, tenacia. A nessuno passerà per la mente di scemar valore ad opere insigni come, per es., il Corpus delle iscrizioni greche del Boeck, la raccolta dei frammenti dei comici del Meineke, la edizione plautina dei Ritschl, l'Aglaophamus del Lobeck — semplice raccolta di materiale anche questa, checché possa sembrare ai filologi impenitenti.
2) Approfondimento. — Qui cominciano le dolenti note: in questo approfondimento ebbero ampio campo da esplicarsi alcune delle meno buone qualità del tedesco.
I tedeschi hanno mente disordinata. Regolare un complesso d'idee secondo una linea logica, precisa, sobria, come fanno senza sforzo un italiano, un francese, un inglese, non sanno: quasi ogni loro scritto, anche dei grandi, è perpetua prova di tale affermazione. Il meticoloso ordine di tutti gli oggetti materiali che meraviglia, seduce, ammalia tanti allocchi migrati in Germania, non è se non una difesa, un argine contro questa incoercibile tendenza delle loro idee a scompigliarsi, a sparpagliarsi.
I tedeschi hanno mente poco lucida. Nel diaframma della loro intelligenza le cose si riflettono senza nitidità di contorno, circondate di nebbia, coi lembi sfumati e reciprocamente confusi. Cosí vedono da per tutto oscurità, e quindi punti da chiarire, cioè problemi da risolvere, dove non c'è niente da chiarire né da risolvere. In tempi non sospetti, Giacomo Leopardi, la cui mente ebbe sempre lucidità empirea, aveva già fatto questa osservazione:
Che non provan sistemi e congetture
E teorie dell'alemanna gente?
Per lor, non tanto nelle cose oscure
L'un di tutto sappiam, l'altro nïente,
Ma nelle chiare ancor dubbî e paure
E caligin si crea perpetuamente.
I tedeschi, per solito, stanno terra terra, salciccia, pipa, e gotto di birra. Ma se, dio ci scampi e liberi, spiccano il volo, eccoli d'un balzo tra la piú fitta nuvolaglia metafisica. Nel cielo azzurro e limpido, nessuno ha mai visto un tedesco, se non brevi istanti, e quando s'era perfettamente infrancesato, come Heine, o grecizzato, latinizzato, italianizzato, come Goethe: e nemmeno bastava.
Tutte queste qualità negative trovarono dunque fertilissimo terreno nell'«approfondimento» della filologia. E seguendo, secondo il genio della propria stirpe, le vie dischiuse dal Bentley, produssero, con fecondità da conigli, centinaia, migliaia, miriadi di scritti, in cui si approfondiva, cioè si costruivano castelli in aria i piú goffi, i piú grotteschi, i piú sbilenchi. Bisogna, come ho dovuto far io, aver letto a migliaia codesti opuscoli, e vedere che cosa sono stati capaci di arzigogolare filologi, anche di nome insigne, su miseri frammenti di poeti, su innocenti figurazioni di vasi greci, per provare dinanzi a questo approfondimento tutti i sintomi del mal di mare. Il frutto, non piú sollazzevole, ma certo piú cospicuo dell'approfondimento, è la questione omerica. Milioni di pagine, tra cui ne n'è da disgradare le amenità di Pulcinella. Oggi i filologi per primi riconoscono che tutta la questione era sbagliata, che tutte quelle pagine non hanno veruna ragione di esistere, che chi ha impiegato mesi e mesi per studiare tutte le teorie del Wolf, del Lachmann, del Hermann, si trova ora con un pugno di mosche in mano — sono parole, sacrosante, di Giuseppe Fraccaroli. Ma io ricorderò sempre un antico mio compagno d'università, preconizzato luminare degli studî ellenici, perché «conosceva a fondo la quistione omerica». Omero, poi, non l'aveva letto, e se l'avesse letto non l'avrebbe capito.
3) Ampliamento delle discipline filologiche. — Questo «ampliamento» risale a Federico Augusto Wolf. Il quale di punto in bianco, identificò la filologia, o meglio la battezzò: Scienza dell'antichità; e le subordinò ventiquattro, dico ventiquattro, discipline, che viceversa, poi, sono di piú, perché molte si potrebbero sdoppiare. Ve ne risparmio per ora l'enumerazione, che c'è da fare una questione pregiudiziale. Che bisogno c'era di questo ampliamento?