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I filologi piú induriti vorranno concedermi che parecchie di quelle ventiquattro discipline non le ha inventate la filologia scientifica tedesca. La storia, per esempio, la critica letteraria, la interpretazione dei grandi autori, esistevano da un pezzo. Se non che, ciascuna di queste discipline aveva metodi suoi proprî, ed ai cultori di ciascuna d'esse si dimandavano qualità peculiari e ben distinte. Allo storico, per esempio, la facoltà di cogliere tra l'irrequieta moltitudine dei fatti i punti salienti e significativi: il dono di vederli risorgere entro sé, in una intima visione; la potenza espressiva per comunicare agli altri tale visione. All'interprete dei poeti, cuore ardente, fantasia agile, pronta a vibrare simpaticamente con quella degli autori interpretati, orecchio finissimo, capace di seguire le menome sfumature della poesia — che è sinfonia di parole — facoltà di rievocazione plastica, cioè di veder dietro ogni parola una immagine, di far risorgere nel proprio spirito le forme che già si librarono alla mente dell'artista creatore. — Al critico, tutte queste facoltà dell'interprete, e l'altra, di penetrare ancor piú profondamente nell'animo dell'artista, d'intuire quali fantasmi si disegnarono alla sua fantasia, di confrontarli con la loro materiale espressione, e dal confronto elevarsi al giudizio.

E cosí via, ciascuna disciplina aveva metodi e richiedeva attitudini speciali. Né parrebbe che i risultati di questa pluralità metodica fossero cattivi. E finché i tedeschi non abbiano data la prova del contrario a colpi di mortaro, il mondo seguiterà ad ammirare senza eccezione le opere di storici, di critici, di eruditi, come Tucidide, Orazio, Poliziano, Ludovico Antonio Muratori, Macaulay, Michelet, Giacomo Leopardi, nessuno dei quali, per quanto io sappia, andò a bere l'acqua della saggezza sulle rive della Sprea.

Alla filologia sembrò invece che quella pluralità fosse deleteria, quelle opere manchevoli e da dilettanti; e ai molti metodi sostituí dunque il proprio, unico come il prezzo unico dei bazar. È ben chiaro che chi impone il proprio metodo è padrone, come chi impone le taglie a Bruxelles è padrone del Belgio. E quello che avvenne per l'antichità classica, si ripete', su per giú, in ogni altro campo di studî. E cosí, la filologia, a poco a poco, da ancella divenne padrona.

La serva padrona.

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E quale era questo metodo unico? Quali attitudini, quali doti si richiedevano a impadronirsene, ad applicarlo?

Le qualità fondamentali richieste nel filologo, erano, sono e saranno sempre le seguenti:

1) Occhi resistenti e tenace pazienza per trascrivere e collazionare codici.

2) Conoscenza grammaticale delle lingue.