E intanto, questo benedetto metodo filologico, che è non solo insufficiente, bensí deleterio, qualora si voglia dirigerlo a trattare e quindi a riformare l'essenza della storia letteraria, della civile, d'ogni studio artistico, è invece, come già vedemmo, non solo utile, bensí indispensabile ed unico nella preparazione dei materiali. Sia che li raccolga ed apparecchi da sé quegli che deve costruire l'opera complessiva, sia che altri glie li ammanniscano, questi materiali devono essere preparati con lo scrupolo e con la precisione filologica. Insomma, nel primo periodo di ciascuno studio, il metodo dev'essere, lasciamo stare lo scientifico, ma strettamente e severamente filologico. E chi pretendesse costruire senza aver prima le basi, quegli, sí, non riuscirebbe che ad innalzare castelli in aria.

Ora, appunto nel periodo in cui si lanciava il bluff della filologia scientifica, si incominciavano ad esplorare regioni di studio ancora sconosciute o mal note: le letterature romanze, per esempio, le letterature orientali, la glottologia, che, del resto, per sua speciale natura, si può veramente paragonare alle scienze esatte. In questi studî iniziali si applicò, come, del resto, avevano sempre fatto le persone di criterio, il metodo filologico: i risultati furono buoni; e l'onore ridondò in favore della filologia scientifica, che aveva riparate sotto le grandi ale tutte quelle discipline.

Tipico è il caso dell'archeologia. Dal Winckelmann in giú, si prese ad esplorare l'immenso materiale artistico, ancora quasi intatto, dell'antichità classica, e s'incominciarono gli scavi in tutte le regioni della primeva civiltà greca. I risultati di questi scavi, di queste esplorazioni, furono tali, che ne rimase profondamente mutata la fisonomia, non solo dell'arte, ma anche dell'antica letteratura greca. Merito unicamente della archeologia. Ma siccome, grazie all'annessione wolfiana, l'archeologia non era se non una delle tante province della filologia scientifica, i prodotti di quella andarono ad impinguare il tesoro di questa, come i quaranta milioni mensili estorti al Belgio andranno ad impinguare l'erario di Berlino. E la confusione arrivava piú in là: dall'ambiguità si giungeva all'inversione. Anche ieri si poteva leggere in una rivista italiana che i profondissimi studî tedeschi sulla questione omerica avevano mutato la visione dell'antica poesia epica, anzi di tutta la poesia, e via di questo passo. Mentre la verità è che tale visione è venuta tramutando a poco a poco grazie alle scoperte archeologiche, dallo Schliemann (che era tedesco, ma non era filologo, e fu anzi schernito sempre dai filologi, finché non li convinse coi fatti palmari) agli scavi inglesi, francesi, italiani — perché, se Dio vuole, in questo campo, dove c'era da operare e da pensare, e non da imbottar nebbia, gl'Italiani in breve tempo si son messi alla pari con qualsiasi altra nazione. — La visione della poesia epica greca è tramutata, dicevo, grazie alle scoperte archeologiche, non grazie alle lucubrazioni di Wolf, di Lachmann, di Hermann; ché, anzi, ogni colpo di zappa affondato nel suolo di Troia, di Micene, di Creta, è andato via via scalzando il grottesco edificio, ora abbattuto, e speriamo per sempre, della famigerata «questione omerica».

Un altro fatto che contribuí ad accrescere il prestigio del verbo novello, fu questo: che, durante o subito dopo la sua promulgazione, la Germania ebbe, quasi in ogni campo, una quantità di studiosi veramente grandi e geniali; e basterà ricordare, senza uscire dal campo classico, Ottofredo Müller, che, morto giovane, compose, fra altre opere insigni, la nota e bellissima Storia della letteratura greca: Ernesto Curtius, autore d'una Storia greca veramente geniale ed artistica, ed ora vilipesa dai puri rappresentanti della filologia scientifica: e, punto simpatico, ma grandissimo, Teodoro Mommsen. Questi ed altri furono critici, storici, storici della letteratura, puramente e semplicemente perché avevano sortito da natura il bernoccolo dello storico, del critico, del letterato. E se vogliamo cercar derivazioni, essi, e specialmente i due primi, si svelano figli dell'impulso umanistico, quello impresso dal Winckelmann, dal Lessing, dal Klopstock, dal Humboldt, dal Herder, dal Goethe: impulso che fu artistico, poetico, tutto ardore e passione umana, e che era direttamente agli antipodi con la grama, goffa ed altezzosa concezione della filologia scientifica. Questa filiazione si potrebbe mostrare, e farlo sarebbe interessante. — Ma siccome quei tre, ed altri geniali filologi che onorano veramente la Germania, il Ribbeck, per esempio, il Bergk, e, ultimo e non men degno, l'Usener, avversato, in genere, dalla marmaglia scientifica, erano venuti dopo la promulgazione della nuova legge; anche le loro opere furono requisite a vantaggio della filologia scientifica; la quale giganteggiò cosí di giorno in giorno, sino a divenire un idolo mostruoso, un gigantesco Moloch, che innalzava sino alle nubi la sua faccia bestiale, con lo iato vaneggiante delle insaziabili fauci. E aveva sede in Berlino.

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Vedremo presto la filologia scientifica tedesca muovere alla conquista di tutte le regioni dello spirito e della cultura, invadere, saccheggiare, ricostruire a suo modo. Ma prima dobbiamo esaminare i principali corollarî e le conseguenze pratiche della nuovissima concezione. Per ora, enumeriamo.

Corollarî:

1) Oggettività e impassibilità dinanzi alle materie di studio.

2) Conseguente svalutamento del pregio intrinseco di tali materie.

3) E conseguente supervalutazione ed esaltazione della tecnica divenuta fine a sé stessa.