E poi ho cominciato a farmi una ragione, badando ad un suo accenno a qualche somiglianza che intercede fra Corinna e i poeti ellenistici e gli alessandrini. E qui conviene fare un'altra sosta, e parlare d'un bestialissimo dirizzone che stanno pigliando ai nostri giorni i filologi biasciapiri.

Tutti sanno che, conclusa la serie dei grandissimi artisti greci con Euripide, con Platone, con Demostene, incomincia un periodo di carattere assai diverso: l'alessandrino. È assai difficile significare l'impressione di asfissia che prova chi, dopo aver vagato attraverso le foreste magiche della gran poesia classica, si affaccia alle soglie dell'alessandrinismo. Di colpo, quasi per malefico sortilegio, vediamo sparire tutte le mirabili doti dell'arte greca: la spontaneità, la schiettezza, la luce, la libertà, la fantasia, la virtú plastica, l'ampiezza di linea, la musicalità profonda, quell'aderenza alla realtà e insieme quel perenne battito d'ala verso l'azzurro; e ci troviamo d'innanzi all'artificio, alla frigidità, alla pedanteria. Dai liberi campi dove s'incrociavano tutte le luci e tutte le fragranze, passiamo di colpo nel chiuso, tra polvere di libri e tanfo di lucerna. Salvo qualche eccezione — luminosissima Teocrito, che per altro non era greco, ma siciliano — i poeti alessandrini, a cominciare da Callimaco, sono proprio aurei mediocri, cioè aurei seccatori. Prima c'era solamente l'arte: con loro incomincia la letteratura per la letteratura, peste e flagello della umanità sofferente.

Se non che, questi frigidi poeti erano meravigliosi eruditi, bibliotecarî, raccoglitori di libri, compilatori di edizioni. Oltre che la letteratura, inaugurarono essi la filologia.

Ora appunto questa attività filologica provoca, per affinità elettiva, la simpatia dei filologi scientifici. Non solo; ma quella loro gessosa poesia, tutta compaginata di fatti precisi e documentati (Nulla canto che non sia documentato, diceva Callimaco), limata, stropicciata in ogni giuntura di sillabe con lo smeriglio della pedanteria, assoggettata spesso e volentieri a rompicapi di regole cretine, è l'unica che i moderni emarginatori di filologia, sordi alla grande arte classica, possano comprendere e gustare sinceramente.

Per un po' hanno taciuto, ché i nomi di Omero, di Pindaro, di Eschilo, si imponevano, e il filologo in genere è rispettoso delle opinioni belle e fatte. Poi, a mano a mano, hanno preso animo a ragliar fuori le vere predilezioni delle loro animule stoppacee. Pindaro non sa il greco, ma Callimaco è il principe dei poeti. Corinna è una poetessa grande, e l'Iliade e l'Odissea due chitarronate.

Ah no, signori miei, fermi un momento: a che giuoco si giuoca? Voci alte e fioche, in questa benedetta terra d'Italia, hanno invocata a vostro favore la «libertà del cattivo gusto», hanno ammonito, con pituitosa sapienza, che la infinita dottrina concede al Wilamowitz il diritto di esprimere qualsiasi giudizio gli frulli pel capo.

No, signori miei. Queste carte di libero transito per le insidiose bestialità non possiamo concederle. L'arte non è un passatempo, è una fede. È la sola virtú capace di sollevare gli spiriti dalle miserie terrene; e non per nulla la religione cattolica, che è, non solo la piú alta ed umana, ma anche la piú saggia delle religioni, la volle compagna in ogni sua manifestazione[25]. Cento e cento grandi artisti hanno pianto, sorriso, fremuto d'entusiasmo alle sacre pagine dell'Iliade e dell'Odissea. Noi, che non siamo sciocchi, ritroviamo, ogni volta che torniamo ad esse, quel pianto, quel sorriso, quegli entusiasmi. Se un frigido sofista viene, senza altri argomenti se non quello della sua sterminata erudizione, a dirci che quelle pagine sono chitarronate, non rimane che il gesto di Gesú contro i mercanti invasori del tempio: pigliare la frusta.

***

Dunque, i filologi scientifici andavano facendo tabula rasa dell'arte classica. Ma non perché si svalutasse la materia perdevan credito gli strumenti che erano serviti alla svalutazione. Anzi, quanti piú guasti esercitavano, tanto piú acquistavano prestigio. Si capisce. Il fàscino che esercita sugli spiriti gentili un bel quattrocentoventi è in ragione diretta col numero delle statue che gitta giú, di un sol colpo, dalle nicchie di una cattedrale. Ma ci pensate! Gli strumenti della filologia scientifica servivano, non soltanto a penetrare sino negli intimi recessi delle opere, ma anche a dimostrare che in fondo queste opere non erano gran cosa.

In fondo avevano un solo vero pregio: quello di offrire ad Eselkopf rottami onde costruire i depositi dei suoi dizionarî, i trinceroni dei suoi manuali, i reticolati dei suoi contributi. Ed Herr Philologus, sulle rovine fumiganti del mondo classico, distrutto una volta da lui, riedificato da lui, ridistrutto da lui, si sentí simile ad un Saturno teutonico, padre di tutte le cose, che genera figli e li trangugia a piacere.