Io non sono partigiano denigratore della letteratura tedesca. La ammiro, non ciecamente, ed ho soprattutto sicura coscienza di conoscerla, direttamente, assai meglio di tanti fanatici germanofili ed ex-germanofili. Potrò errare nell'apprezzamento, ma so quel che mi dico. Ora, la letteratura tedesca, incominciata assai tardi, quando tutte le letterature d'Europa contavano secoli di vita rigogliosa, vanta un solo poeta di primissimo ordine, il Goethe, una sola fioritura veramente geniale, il romanticismo. Ed io ho sempre avuto simpatia, anzi ho sempre sentita vera affinità elettiva con questa candida e rosea fioritura dello spirito umano, che conteneva tanti germi di pensiero di poesia e d'entusiasmo, presto brutalmente calpestati dalle suole fangose del militarismo prussiano. Io ho molto amato Hoffmann, Gian Paolo, Achim von Arnim, Brentano; ed ancora mi son cari, ché non saprei renderli responsabili dell'infamia e del cinismo dei loro tristi nipoti. Ma anche la fioritura romantica è piú di aspirazioni che di opere. È anemica, sporadica, informe. Non è un Olimpo, è un Limbo. E se si guarda a fondo, il suo prestigio piú grande lo deriva dalla musica, da Schubert, da Weber, da Schumann, da Beethoven, che immerge le radici nel classico settecento, ma apre tutti i suoi fiori nel piú ardente romanticismo. Né mai i poeti tedeschi giungono al sereno equilibrio tra l'ispirazione e l'arte cosciente, che costituisce l'intima essenza dei capolavori classici. O tentano il cielo; e si perdono tra le nubi della follia, come Nietzsche, o in una frigidità cristallina, come, assai sovente, lo stesso Goethe. Oppure vogliono tuffarsi nella umanità, e divengono sentimentali, come molti dei romantici, declamatori, come spesso Schiller, frivoli e sgarbati, come non raramente Heine. Forse la lingua stessa, tuttora nel periodo in cui i singoli temi che informano ciascuna parola non sono bene amalgamati, non è matura alle grandi creazioni[26]. Il rinnegato Chamberlain, come tutti sanno, sostiene che codesta imperfetta fusione costituisca invece una superiorità; perché ciascuna parola tedesca lascia sempre sentir tutti gli elementi che la compongono: sicché, quando un tedesco dice, per esempio: Finger-hand-schuh (scarpa dei diti della mano, cioè guanto), sente simultaneamente, nell'armonioso vocabolo, le dita, la mano e la scarpa. Ma per confezionare simile ragionamento ci vuole tutta la zucconaggine di chi, nato inglese, s'industria a diventar prussiano. Sarebbe come dire che una cattedrale allora è una vera opera d'arte, quando l'abbiate sbarazzata, magari coi quattrocentoventi, delle sue statue, delle sue vetrate, dei suoi veli di marmi versicolori, dei suoi rutilanti musaici, e ne abbiate messe a nudo le travature, le grappe, i mattoni e il calcestruzzo. La verità è che la parola latina è una gemma iridescente, nella quale sono perfettamente fusi tutti i minerali che l'hanno formata; e la parola tedesca è tuttora il fondiglio non amalgamato di un crogiuolo forse mal costruito.

E va bene. Ma stabilito il principio che le opere dei poeti e degli scrittori sono pura materia di scienza, da trattare con la medesima obiettività scientifica, che, dunque, non può far differenza tra il diamante e il carbone: ne risulta che, come dinanzi alla infinita grandezza di Dio si agguagliano il moscerino e l'elefante, cosí dinanzi a Sua Maestà la Filologia scientifica tanto vale la letteratura alemanna, quanto, poniamo, la letteratura greca; alla quale, del resto, gli usseri della morte della filologia paragonano insistentemente la letteratura tedesca, in ardite punte volanti eseguite fuori del trincerone scientifico.

Un altro effetto dell'internazionalismo era poi lo svalutamento di tutti i titoli nobiliari artistici e letterarî. È bensí vero che quando Virgilio aveva scritto da un pezzo l'Eneide, i Germani d'Arminio ululavano i loro belluini barditi; ma, ammessa la concezione «scientifica», quale nipote di Virgilio vorrebbe essere tanto rètore da inorgoglirsene di fronte a un nipote d'Arminio?

Previde la Germania, calcolò le conseguenze dell'internazionalismo filologico? Inutile dimanda. Sussiste il fatto che, mentre dal lato estetico esso tendeva a svalutare quello che in ciascuna letteratura è piú prezioso, cioè il carattere: dal lato etico mirava a scancellare quanto v'è nell'animo umano di piú profondo e di piú nobile; e in primissimo luogo, il sentimento nazionale.

Pensate un po'. Noi non siamo Italiani e non ci sentiamo orgogliosi di essere Italiani, perché siamo nati fra tanti gradi di latitudine e tanti di longitudine. Bensí perché abbiamo comuni certe memorie, certe fedi, certe speranze, certi sentimenti, certe passioni. Questo patrimonio comune è retaggio dei nostri antichissimi padri; e viene trasmesso, di secolo in secolo, dalla letteratura. La letteratura è il ponte gittato fra il passato e il presente, il mezzo per cui i nostri grandi avi rimangono sempre fra noi, ci favellano, ci dànno continuamente il frutto prezioso della loro secolare esperienza. E perché questo patrimonio è tanto ricco e fulgido, noi ci sentiamo orgogliosi di possederlo. Ogni scritto è composto, sí, di parole; ma di parole che cadendo nelle anime germogliano vita. Le parole di Dante, le parole del Petrarca, del Machiavelli, dell'Alfieri, del Foscolo, tennero desta nel cuore degli Italiani la sacra coscienza della propria nobiltà, che, trionfando infine d'ogni insidia barbarica, eruppe dalle tenebre alla nuova luce fulgente.

Ma quando Herr Philologus vi fa persuasi che il primo dovere degli Italiani non è quello di sapere a memoria la Divina Commedia, bensí quello di collazionarne minutamente tutti i codici, o di riformarne la grafia e la punteggiatura, sino a rendere illeggibili i versi piú sublimi; allora, quando vi siate bene imbevuti di codesta persuasione, sarete pure convinti che cercare nei nostri grandi scrittori rievocazioni di memorie o incitamenti a grandi opere, è superficialità, è retorica, è dilettantismo. E dal '60 in giú, quanti e quanti, in Italia, si lasciarono instillare da Herr Philologus codesta persuasione!

Dunque, o in buona o in mala fede, la Germania sparpagliò per tutto il mondo sciami e sciami di filologi scientifici, a diffondere il nuovissimo perfido verbo. E per non trovarsi ad averne penuria, cominciò a fabbricarli a macchina; né la materia prima poteva mancare. Abbiamo visto come la concezione scientifica spalancasse le porte a due battenti alle piú deboli forze. Le piú deboli forze corsero all'appello. Come, quando la gran patria chiama, miopi, sciancati, varicosi, denutriti, gibbosi, accorrono a sgozzare Belgi o Serbi; cosí microcefali, deficienti, maniaci, corsero allo squillo della filologia scientifica. E quando furono debitamente ferrati sul metodo, e, con la patente di dottore in filologia, ebbero acquistata la incontrastabile signoria di quelle ventiquattro, quarantotto, novantasei discipline che abbiamo descritte, andarono, con sulle natiche callose il made in Germany della sacra accademia di Berlino, a disseminare ai quattro venti il glutinoso polline della filologia scientifica.

E lavorarono bene. In poco d'ora, in tutti i paesi civili, Francia, Inghilterra, Russia, America, Grecia, e specialmente in Italia, la bruna Mignon sempre sospirata dal sentimentale scimmione teutonico, sorsero, come per incanto, tante e tante torricelle di celluloide, immediatamente collegate con mille fili al gran torrione centrale di Berlino.

E dentro queste torricelle, bene isolati dalla comune dei mortali, vissero e vivono i filologi ortodossi, favellando un lor gergo speciale, ragionando con una specialissima logica, adottando usi e costumi peculiari, strani, ben differenti da quelli della misera gente profana.

E non hanno avuto ancora il loro Figuier.