I tedeschi chiamati in Italia non furono moltissimi: l'Italia non è la Turchia, non è la Grecia, non è nemmeno l'America; e il piú elementare sentimento estetico rendeva insopportabile un professore che veniva a raccontarci i fasti di Roma, balbettando e deturpando la lingua di Dante. Non furono moltissimi, ma non furono nemmeno tanto pochi. Per rimanere solamente nel campo degli studî letterarî, ci fu un tempo in cui lo straniero che fosse venuto nella dolce Italia a studiare antichità classiche, avrebbe trovato sulla cattedra di Palermo, ad insegnare storia antica, Adolfo Hiolm. A dirigere il Museo di Bari, Max Meyer. A Roma, alla cattedra su cui aveva seduto Ruggero Bonghi, Giulio Beloch era stato chiamato dalla fiducia del governo italiano ad esporre la storia Romana. Emanuele Loewy (un gentiluomo, questi; e ce ne sarà stato qualche altro; ma ciò non vuol dire) insegnava la storia dell'arte. Adolfo Berwin dirigeva, con la brutalità d'un caporale prussiano, la Biblioteca di Santa Cecilia. La Galleria Corsini era sotto la guida di Paolo (mi pare) Kriststeller. A Torino il Müller insegnava letteratura greca. Questi, e tanti e tanti altri professori d'altre discipline, occupavano posti ufficiali, retribuiti dal governo italiano. Ma in ogni grande città d'Italia c'erano poi istituti scientifici tedeschi, formicolanti, come s'intende, di persone altrettanto scientifiche, stabili o di passaggio. Per rimanere a Roma, e lasciando stare il padre Ehrle, direttore della Biblioteca vaticana, il quale dunque operava su terreno neutro, c'erano i due grandi covi dell'Istituto storico prussiano e dell'Istituto archeologico germanico.

Del primo, non so gran cosa. Le vicende del secondo sono note anche al gran pubblico, perché se ne è parlato nei giornali. Sorse come istituto internazionale; ma con uno dei suoi abilissimi colpi di mano, la Germania se ne rese padrona assoluta. Sicché ora, sfolgorante di stonate policromie, e sempre olezzante di grassa cucina, ricetta una sceltissima falange di giovani archeologi, venuti in Roma a raffinare il gusto nativo con lo studio dei libri tedeschi; e dalla vetta solenne del Campidoglio, in bella simmetria col Monumento al Padre della Patria, attesta all'Urbe la gloria di Guglielmo imperatore e del metodo scientifico alemanno.

Nei primi tempi dell'alleanza fu sede ai dottissimi idillî degli scienziati tedeschi e italiani. Questi frequentavano la biblioteca e assistevano alle sedute: quelli scendevano per tutta Roma, e massime nel Foro, a scavare e far da padroni. Largivano anche, ai piú fedeli aficionados italiani, diplomi di soci corrispondenti, ricercatissimi e gustatissimi.

Ma col tempo, il miele diventa fiele, il vino diventa aceto, l'amore diventa uggia. Un bel giorno, a dirigere gli scavi del Foro fu mandato Giacomo Boni, il quale con molto garbo chiuse le porte in faccia agli ex padroni. — «Ma noi rappresentiamo la scienza tedesca». — «E io rappresento il buon senso italiano». — Da quel giorno gli scavi cominciarono a dare i risultati che tutto il mondo conosce ed ammira[31].

Ma anche da quel giorno cominciarono i malumori. La cortesia teutonica si appannò d'un velo. I direttori sí, rimasero corretti verso gli ospiti italiani; ma lasciarono mano franca ad un bull-dog, inserviente ma spadroneggiatore, il quale invigilava gli studiosi italiani come il gatto guarda il sorcio, e piombava su loro alla menoma infrazione ai centomila regolamenti della biblioteca. I diplomi divennero piú rari: fioccarono invece restrizioni su restrizioni. Ad un bibliotecario gentile se ne sostituí da Berlino, per direttissima, uno cerbero. E ad ognuno dei menomi incidenti agrodolci a cui dette origine la politica un po' oscillante degli ultimi anni, partiva dall'Istituto la minaccia di chiudere la biblioteca agli studiosi, e il rimprovero di ingratitudine agli Italiani, perché, avendo quel po' po' di agevolezza di poter usufruire d'una tale biblioteca, non erano abbastanza pronti a curvar la schiena ad ogni beneplacito del divo kaiser e dei suoi rappresentanti di Roma.

Dicevano proprio cosí. È cosa enorme, e pur vera. I tedeschi sono venuti qui da noi per secoli e secoli a sfruttare le nostre biblioteche, le nostre gallerie, i nostri musei e i nostri scavi. Hanno ristampato i nostri classici, riprodotti i nostri quadri e le nostre statue, ed hanno sparpagliato le edizioni e le riproduzioni per tutto il mondo, e specialmente in Italia, e ci hanno convinti che il popolo geniale non erano gli Italiani che avevano create quelle opere, bensí i tedeschi che le riproducevano. Con le riproduzioni hanno fatto fior di quattrini; e fior di quattrini hanno fatto esercitando, legittimamente ed illegittimamente, il commercio delle nostre antichità. Ma il semplice concederci l'uso di una loro biblioteca, era tal servigio da poterlo compensare solamente il nostro piú assoluto vassallaggio. E quando al vassallaggio ci cominciammo a ribellare, ancora assai prima che scoppiasse la guerra, le porte di quel paradiso archeologico furono infine inesorabilmente chiuse ai reprobi Italiani. E chiuse restino, e non si riaprano mai piú. E speriamo che quel goffo baluardo teutonico, e l'annesso palazzo dell'ambasciata, nelle cui sale si pompeggiano, dipinte a fresco, le gesta d'Arminio, e si erge, pronto a ricevere l'incommensurabile kaiser, il rutilante trono imperiale, spariscano una volta per sempre dal Campidoglio, che dovrebbe essere per noi sacro, e fieramente conteso al calpestio di ogni piede barbarico.

E accanto agli istituti c'erano poi sciami di tedeschi «scientifici» che venivano ad appollaiarsi sol suolo di Roma. Chi erano? Donde venivano? Perché non cercavano un posto in patria? Come campavano?

E chi lo sa? Piombavano a Roma con certi visi patiti, si strofinavano alle porte dell'Università, facevano la corte a professori, a giornalisti, a uomini politici, piangendo miseria, piatendo un posto qualsiasi, tanto da poter vivere qui a Roma, ché in Germania c'erano troppo freddo e troppa concorrenza. Ma anche se non carpivano il posto, rimanevano lo stesso, e si ficcavano nella società, scientifica e non scientifica. E dopo qualche mese, si fabbricavano ciascuno il suo bravo villino, attiravano gente, tenevano circolo, predicavano la grandezza della Germania, miagolavano le cantate di Bach, mettevano su cattedra, vera cattedra, non metafisica (Amelung), per consolarsi di quella non potuta espugnare all'Università.

Come campavano? — E chi potrebbe dirlo? Di qualcuno s'è poi risaputo, che, convinto di vergognose speculazioni di cimelî archeologici, dove' in fretta e furia lasciare i posti e restituire le onorificenze ottenute dalla dabbenaggine del governo italiano. Ma gli altri, la maggior parte, rimanevano enigmatici come tanti cavalieri del San Graal scientifico. — Mai devi domandarmi! — E il governo italiano, Machiavelli o non Machiavelli, si guardava bene dal curiosare.

Il danno prodotto dalla invasione di queste cavallette filologiche fu enorme. Ma forse anche piú grande fu quello che arrecarono, in buona fede, gli Italiani andati ad intedescarsi in Germania. E lo vedremo nel prossimo articolo.