Entrano nel santuario, e che cosa trovano? O, per meglio dire, che cosa trovavano, poiché il metodo scientifico ebbe stesa in tutte le Università la ferrea tirannide che oramai, per fortuna, da qualche anno in qua, comincia a vacillare?
Ahimè! Un soporifero semibalbuziente, per cinque o per dieci lezioni, attraverso un formicolio di nomi e di opinioni tedesche, stillava frigidi sudori per decidere se convenisse dire Virgilio o Vergilio, Marco Accio Plauto o Tito Maccio Plauto. E questa era la letteratura latina.
Un altro consacrava un anno intero per allineare tutte le opinioni, e abbiamo detto quanto possano concludere, schiccherate dai perdigiorni tedeschi e seguaci intorno alla famigerata questione omerica. Omero magari non si leggeva. E questa era la letteratura greca.
Un terzo dettava da qualche suo scartafaccio, per un anno o due, schemi metrici copiati da qualche codice inedito, o impiegava qualche lezione a stabilire se il tal poeta fu battezzato il 14 a sera o il 15 mattina. Questa si chiamava letteratura italiana.
Un quarto, e poi basta, ché anche il ricordo mi nausea, vi metteva sotto il naso qualche cronicaccia medievale, e vi faceva trascorrer l'anno a leggiucchiare e tentare emendamenti del testo spropositatissimo. Quando per un paio d'anni avevate ingoiata simile bigutta, par di sognare, ma vi assolvevano ad insegnare storia moderna.
Il povero neofita cascava dalle nuvole. E vuoi subito, vuoi dopo qualche vano tentativo di resistere a quel martirio, fuggiva per disperazione le aule soporifere. E a mano a mano, tale aureola di papavero ebbe circondate le Facoltà di Lettere, che i giovani d'ingegno neppure le cercarono piú, ma tentarono lor ventura in plaghe meno paurose, nella libera letteratura o nel giornalismo: e formarono, e formano tuttora, un nucleo di cultura interamente separato dal mondo universitario.
Ora poi, mentre i giovani forniti di attitudini artistiche e letterarie venivano a mano a mano dissuasi o respinti dalle Facoltà di Lettere, gli altri, quelli del diploma, venuti senza reali attitudini, e, del resto, senza neppur presunzione d'averne, si trovarono d'un tratto a sentirsi cresciuto, come per miracolo, il piú pronunciato bernoccolo per la letteratura scientifica. Molti che nel Liceo ce la sfangavano sí e no, col minimo dei punti, che stentavano a legger correntemente un brano di latino, detestavano i poeti greci, sudavan freddo a mettere giú una paginetta d'italiano e a leggere a garbo una terzina di Dante: tutti questi ragazzi si trovarono come confezionati apposta da Domeniddio per gli studî universitarî. Riveder codici, frugacchiare archivî, stender cataloghi, allineare le opinioni altrui, respingere come dilettantesimo ogni velleità di gusto, ogni aspirazione artistica, erano mestieri che parevano inventati apposta per loro. Ci si buttavano a corpo perduto, c'ingrassavano a vista d'occhio. E non vi so dire se i professori scientifici, sempre piú inaciditi via via dal palese abbandono in cui li lasciava intanto il mondo culto non accademico, tenevano cari quei docili apostoli. Li accoglievano, li tiravano su a bricioline e pillole di severità metodica, li assolvevano dottori, e poi cominciavano ad arrabattarsi e mestare per procurare ad essi il viaggio di perfezionamento a Gottinga, la cattedra di Liceo, la cattedra, poverini, d'Università. Erano, sí, un po' ridicoli e scocciatori; erano svaniti di molto e cacasenni; ma anche erano, càttera, i puri rampolli del buon seme scientifico, quello procurato in Germania. E a suo tempo avrebbero spigato altri cacasennini piú piccinini, ma sempre a loro immagine e somiglianza. E cosí finalmente la filologia italiana sarebbe divenuta davvero e per sempre, quali essi la vagheggiavano, tritume, polverume, poltiglia di parolette. E le facoltà di lettere si avviavano gloriose e trionfanti al rimbambimento completo.
Aggiungiamo subito che non ci sono arrivate e non ci arriveranno mai. È ben difficile che dall'Italia vada assolutamente in bando il buon senso. Reazioni sursero qua e là, alcune ebbero buon esito, molte ridicolaggini furono proscritte. Tuttavia è indiscutibile che nel loro complesso le Facoltà di Lettere italiane sono tuttora infeudate ai metodi, e ahimè, purtroppo, ai professori tedeschi. Anche ora, in tempo di guerra, l'atto d'autorità d'uno di quei padreterni squinternati, conta, agli occhi delle «persone serie», piú che non le logiche argomentazioni e gli incontestabili documenti d'un povero diavolo italiano.
Cosí dunque, per anni ed anni, si venne esercitando, nelle Facoltà di Lettere, una vera selezione alla rovescia. Allontanati gli eletti, furono allevati con gran cura quelli negati all'arte e alla letteratura; i quali, o bene o male, formarono dunque un gruppo a sé, il gruppo che diremo classico-scientifico, recisamente opposto all'altro, che diremo letterario artistico. Fu un vero scisma. E, naturalmente, le due parti si guardarono in cagnesco.
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