Questa scissione implicò uno snaturamento profondo degli studî, dell'arte, della mente italiana.

Pensate un po', infatti, al tipo del letterato italiano, quale, delineatosi fin dagli albori della nostra vita nazionale, s'è poi mantenuto sino agli ultimi tempi. Dante scrive trattati teorici di letteratura, di lingua, di politica e di scienze, e compone la Vita Nuova, il Canzoniere e la Divina Commedia. Il Boccaccio si sprofonda nella piú minuta e riposta erudizione, e dalla vita piú libera e godereccia toglie i colori pel suo libro immortale. Petrarca è padre dell'umanesimo, veglia le notti a decifrare codici, scrive lettere e libri e un poema in latino; e la piú sottile e viva psicologia, il piú raffinato sentimento musicale ispirano le rime d'amore a cui deve la sua fama perenne. Poliziano inizia la filologia, usa come lingue native il latino e il greco; ma gli studî e le cure minute non ottundono la sua sensibilità artistica, anzi gli offrono incomparabili strumenti alla espressione poetica. Machiavelli notomizza Livio e scrive le Storie fiorentine; ma nella Mandragola abbandona tutte le briglie alla comicità piú salace e piú sfrenata. Ma che giova moltiplicare gli esempî? Per tutti i nostri grandi, dall'Ariosto al Foscolo, dal Berni al Parini, dal Tasso al Leopardi, l'arte e la dottrina non furono mai due cose, bensí una sola, indivisibile: questa è il terriccio prezioso onde quella attinge linfe purificate e arricchite nel travaglio dei secoli: perciò i frutti ne sono cosí opulenti e fragranti. Questa indissolubile unione è tanto profonda nel sentimento italiano, i genî della nostra stirpe ne ebbero cosí profonda coscienza, che persino i grandi cultori delle scienze esatte non persero mai il contatto con l'arte. E per non parlare del sommo Galilei, basti ricordare il Mascheroni, o il Redi, che lascia le squisite analisi naturalistiche per dispiegare alle nostre pupille attonite l'arazzo luminoso versicolore del «Bacco in Toscana».

Il metodo scientifico spezzò in due, con un netto colpo brutale, quella bella unità; e i due tronconi si divincolano ancora, uno qua, uno là, in agonia spasmodica. Da una parte lo scienziato. Lo scienziato tutto irto di cifre, impermeabile a qualsiasi finezza d'arte, che scrive come un emarginator di pratiche, che dichiara indegna dell'austerità scientifica (oh, la volpe e l'uva!) ogni cura di forma e di stile. Dall'altra, il poeta, il romanziere, il drammaturgo, il giornalista, i quali respingono violentemente ogni contatto con la cultura ufficiale, e dal loro orizzonte hanno escluso, a mano a mano, prima il mondo greco, poi il latino, quindi l'italiano classico, e ultimamente ogni e qualsiasi elemento della cultura passata. Tanto ha potuto l'odio suscitato dall'imbestiamento scientifico.

Il benigno lettore avrà visto a sufficienza quale cordiale antipatia io nutra per quel tipo di dotto. L'ammirazione che esso, grazie alla facoltà mnemonica, riscuote da tanta gente, è scroccata. La semplice dote della memoria, scompagnata dall'acume e dalla sensibilità estetica, è vilissima facoltà, di molto inferiore a quella dei grandi calcolatori, i quali pure non dovrebbero riscuotere, salvo nelle fiere, eccessiva ammirazione. Quando tutte le altre facoltà dormono, non è meraviglia che quell'unica cresca e giganteggi[35].

E se non deve destare ammirazione per sé, odiosa e repugnante diviene tale facoltà quando quelli che la possiedono unica se ne servono per attaccare chi vale infinitamente piú di loro. L'arma è insidiosa. Quanto piú velocemente in un cervello le idee si trasformano in successive compagini — e in genere il valore d'una mente è in ragione diretta con la velocità di tali metamorfosi — tanto piú difficile riesce che in mezzo al continuo tramutare rimangano immobili nelle loro caselle le notizie precise. Fate che uno di quei microcefali pedanti colga in fallo magari un grande artista, un gran poeta, ed eccolo gridare ai quattro venti: «Vedete! Tizio la fa da pensatore e da poeta; ma per quanto gratti la sua cetra non giungerà mai a sapere quello che so io, filologo scientifico, autenticato dal bollo di Berlino». Il caso s'è verificato. E il pubblico applaude il microcefalo, perché il pubblico ammira i calcolatori prodigiosi, anche se hanno la coda e le orecchie.

Simpatico è invece, in genere, il tipo dell'artista libero, romanziere, drammaturgo, giornalista, quale s'è venuto formando, massime dall'80, in cifra tonda, ai giorni nostri. Si voglia o non si voglia, questi giovanotti che abbandonarono le aule universitarie, e si diedero all'articolo volante, alla polemica, alla corrispondenza di guerra, hanno essi creata una prosa italiana moderna, disinvolta ed efficace; e, stringi stringi, han dovuto imparare da loro anche quelli che avevano altro fondamento e altra serietà di studî. Piaccia o non piaccia ai critici bocche amare, la produzione dei nostri novellieri, dei romanzieri e dei drammaturghi è tutt'altro che da buttar via: e, secondo me, molti dei moderni drammi italiani possono reggere vantaggiosamente il confronto coi migliori di Francia, sebbene questi siano piú appariscenti e continuino ad occludere le scene italiane per un complesso di ragioni che non è qui luogo di esaminare.

Ma concesso tutto ciò di buon grado, conviene anche riconoscere che quanti abbiano larga e piena conoscenza delle letterature del passato, le quali, volere o non volere, rimarranno pur sempre ineliminabile modulo a valutar la presente, sentono che in tutte le opere contemporanee, non escluse le migliori, manca pur sempre qualche cosa: qualche cosa che troviamo invece in tutti i nostri classici, dall'Ariosto al Leopardi, al Manzoni, al Carducci: qualche cosa che mal tollera definizioni, ma pure è quasi un'intima essenza, pel cui alito un'opera ci sembra come sempre esistita, o, meglio, coeva ad ogni età della stirpe nostra.

Ché se cerchiamo d'analizzare questa intima virtú, noi la vediamo complessa di talune doti fondamentali nelle quali s'impernia e si conclude il genio della stirpe. La coscienza sicura del valore dei vocaboli, quale fu in ogni momento della loro variazione ideologica, risalendo dall'italiano al latino, al greco, cosí da poterlo agevolmente flettere a significare i piú sottili atteggiamenti del pensiero. La sicurezza dello stile, non rivolta a virtuosismo, bensí a stringere idee ed immagini in linee sobrie perfette. La tenacia nel ponderare il proprio soggetto, nel contemplarlo a lungo entro lo specchio del nostro animo, sin che non se ne vegga illuminato ogni anfratto piú riposto. La sobrietà nel trascegliere dalla visione i punti essenziali, i quali poi, nella favellata espressione, bastino a suscitare l'intero fantasma. E infine, la scienza della forma, intesa in senso alto e musicale: scienza che, ad onta di illusorie parvenze, è andata sempre immiserendo, e che si vede fulgere via via, risalendo i gradi della nostra tradizione artistica, dagli Italiani ai Latini, da questi ai Greci insuperati.

La semplice enumerazione di queste doti dice come per conseguirle sia indispensabile un forte e tenace studio, non solo dei grandi Italiani, bensí anche dei Latini e dei Greci. Insomma, le basi di ogni seria disciplina letteraria non si possono fondare che sullo studio dei classici.

È dunque tempo che in Italia abbia fine la scissione fra il mondo degli studî e il mondo dell'arte. Ne abbiamo già analizzati gli effetti funesti. Tornino a comporsi in bella armonia; e matureranno ancora i frutti luminosi fragranti onde il nome dell'Italia nostra brillò, segnacolo d'arte e di luce, anche quando la brutalità straniera la teneva costretta di materiali catene.