VIII.
CETERUM CENSEO PHILOLOGIAM
ESSE DELENDAM

La mia diagnosi è finita.

O, meglio, il mio abbozzo di diagnosi: non piú che abbozzo è quello da me tracciato, e ciascuna sua parte potrebbe avere ben lungo svolgimento: anzi infinito, come infinita è la serie dei guasti che gli abusi e i soprusi della filologia scientifica hanno prodotti nella vita intellettuale d'Italia. Ma, dice Pindaro, è sazietà anche del miele e degli aurei doni di Afrodite: anche la caccia alle bestialità filologiche m'ha oramai tediato. Riprenderò un'altra volta, quando ne avrò voglia, quando ce ne sarà bisogno.

Se non che, alla diagnosi, un buon medico dovrebbe far seguire la prescrizione di una cura: dovrebbe suggerire i rimedî.

E intorno ai rimedî avevo appunto incominciato a scrivere un ultimo capitolo. Ma scrivi scrivi, il capitolo diveniva libro, faceva parte a sé, non s'inquadrava piú, né per la materia, né per lo spirito, in Minerva e lo scimmione. Infatti, la sua parte sostanziale consisteva in un piano di riforma universitaria. Inutile pubblicarlo in un momento in cui sarebbe folle sperarne, non dico l'attuazione, ma pur la semplice discussione.

Del resto, da ogni pagina del mio scritto riesce suggerito assai chiaramente, mi sembra, quale sia l'antidoto principale, che io credo appropriato ai mali osservati. È l'abolizione del sedicente «metodo filologico scientifico».

La filologia, come abbiam visto, era un tempo ancella, ed ottima ancella. A poco a poco s'è data delle arie, s'è imbaldanzita, ha preso la mano, e adesso fa da padrona, e governa il regno dello spirito coi criterî appunto e con l'anima che può avere una fantesca.

Questo fatto, oltre che molto antiestetico, è anche molto dannoso. Bisogna dunque finirla: bisogna richiamare la sguaiata fanticella ai suoi piú umili ufficî.