E no, questa della serva padrona non è ancora una immagine precisa ed esauriente. La cosí detta filologia scientifica meglio si potrebbe assimigliare ad una vischiosa pianta parassitaria, che, abbarbicatasi a tutte le discipline, ne ha succhiato le linfe migliori, per crescerne gambi gonfi di tossici, maligne infiorescenze senza profumo, grosse bacche stoppose. Ora, questi ibridi prodotti possono senza dubbio riuscire molto utili a conquistar cattedre, sguisciare nelle accademie, far la ruota in clandestini congressi classici internazionali; ma per i fini della cultura italiana non saprebbero davvero sostituire i frutti delle piante terrigene che essi nascondono o sopprimono. Perciò bisogna estirpare il parassita sin dalle radici. Perciò sin che la filologia pretenderà di mantenersi nei posti dov'ella s'è intrusa con malo arbitrio, non mi stancherò di ripetere le non ambigue parole che si leggono in fronte a quest'ultimo capitoletto: ceterum censeo philologiam esse delendam.


APPENDICE


I.
L'EDIZIONE «KOLOSSAL»
DEL DECAMERONE
MANTISSA QUASI COMICA

Nella sua Fin de Satan, Victor Hugo immagina che quando l'arcangelo ribelle piombò giù dal cielo, una penna delle sue ali rimase, pura e candida, all'orlo degli abissi interminati. Un angelo la raccolse, e, rivolto al cielo sublime, lanciò, con carità di collega, una suggestiva domanda:

Seigneur, faut-il qu'elle aille, elle aussi, dans l'abîme?

E Dio, con l'abituale misericordia: