Ne jetez pas ce qui n'est pas tombé.
Questa fantasia victorughiana, tra sublime e grottesca, m'è spesso tornata alla mente, in questi ultimi tempi, a proposito della cultura tedesca. Dopo che il tentativo di sopraffazione alemanna ebbe mostrato qual nòcciolo si nascondesse dentro la grassa e rubiconda polpa della Kultur, si cominciò ad esaminare di che qualità fosse anche codesta polpa. E piú d'uno scienziato italiano si diede alla salutifera analisi.
I loro scritti, sepolti in riviste scientifiche poco accessibili, o addirittura contese al gran pubblico, dovrebbero essere ristampati in edizioni popolari e aver larga diffusione in Italia. Mi sia lecito intanto ricordarne alcuno dei piú notevoli.
Il professor Bossi, direttore dell'Istituto ginecologico della Università di Genova, in una conferenza di chiusura dell'anno 1915, dimostrava come oramai, non solo nel campo ostetrico, bensí in genere in tutto il campo chirurgico, i tedeschi, piú che medici, siano da considerare dilettanti d'assassinio[36].
Federico Patetta, dell'Università di Torino, in un discorso inaugurale pronunciato il 4 novembre 1915, sottoponeva a minuta e profonda indagine di raffronto la civiltà latina e la germanica. E illuminava per ogni verso, rigorosamente, inconfutabilmente, con dottrina e genialità inesauribili, la ineliminabile barbarie tedesca[37].
Dante Bertelli, professore di anatomia a Padova, già nel 1912, nel Discorso inaugurale per il Convegno della Unione Zoologica italiana, protestando contro il mal vezzo di mandare i nostri giovani a perfezionarsi, cioè a incretinirsi, in Germania, scriveva queste sacrosante parole: «Oramai vediamo che giovani educati unicamente nel nostro Paese, pubblicano lavori i quali nulla hanno da invidiare a quelli eseguiti nelle piú culte nazioni. I nostri vecchi grandi anatomici si educarono in Italia e furono maestri alle genti: ci siamo liberati dal servaggio straniero politico, dobbiamo anche liberarci dal servaggio scientifico»[38].
Piú lungo discorso meriterebbero gli scritti di Ernesto Lugaro. Ernesto Lugaro è proprio il tipo dello scienziato italiano, quale era prima dell'intossicamento tedesco, quale dovrà tornare domani, quando l'intossicamento sarà neutralizzato, e speriamo per sempre. Egli è scienziato profondo e preciso: ma tuttavia, artista d'intuito e di studio, possiede una forma che gli potrebbero invidiare parecchi dei suoi colleghi di lettere, i quali, tirati su a pillole di metodo scientifico, scrivono come veri emarginatori di pratiche letterarie. Egli sa quanto altri mai isolarsi nel silenzio e nell'ombra del suo laboratorio; ma, ben lungi dalla frigidità di tanti castroni, i quali, con la bella scusa che l'uomo di scienza non deve occuparsi di politica, evitano e si rifiutano di pronunziare il loro giudizio, del resto piú che superfluo, sui misfatti della Germania, sin dal principio della guerra ha rivolto il suo spirito appassionato ai multipli problemi che quella coinvolge. E in una serie di scritti vibranti, coloriti, suggestivi, ha dimostrata la insanabilità ed i pericoli della follia collettiva che ha invasa la Germania. Non sarà inutile riportare, per nostro mònito, le parole conclusive del suo primo scritto: «Molti segni mostrano come ci sia in Germania chi sente che già troppi legami sono rotti col mondo, e che bisogna cercare di salvare quelli che restano ancora.
«E qui sta il pericolo per l'avvenire. Bisogna tenerlo bene a mente, e ripeterselo sempre: questi legami che si voglion salvare sono le vie per cui si potrà rinnovare l'insidia; essi possono permettere di preparare a scadenza piú o meno breve il colpo piú sicuro. Questi legami vanno tagliati sino a quando la Germania, profondamente cambiata nella sua struttura politica, non dia serie garanzie d'intenzioni oneste e ragionevoli.
«La Germania deve persuadersi che il mondo può fare a meno di essa. Noi italiani, forse piú degli altri, dobbiamo estirpare dal nostro suolo le maligne radici germaniche che voglion succhiare ogni principio di vita»[39].
E qui m'interrompe il longanime lettore. Che cosa c'entrano, di grazia, tutte queste belle considerazioni, con Giovanni Boccaccio, con Victor Hugo, con la piuma dell'arcangelo?