1) Quando un tedesco vuole fare una cosa nuova e degna, riproduce. Riproduce quello che hanno fatto gli altri, coi mezzi meccanici inventati da altri.
2) Questa pedestre riproduzione, molto simile ad una appropriazione, a lui, testone indomabile quanto prosuntuoso, sembra una creazione: onde scrive pari pari ([pag. 2], rigo 7): nous créons avec ces gravures le plus beau Décameron qui existe.
3) Sa lanciare bene l'affare (vedi i prezzi), in modo da ricavare dal furterello una buona dose di marchi.
4) Salvate le apparenze, non si cura affatto della sostanza, e lascia correre per le pagine della conclamata edizione tali e tanti spropositi, quali e quanti non se ne trovano nella piú turpe edizione stampata alla macchia in questa Italia povera ed ignorante.
5) Le ragioni della incuria sono da cercare probabilmente nella bestiale prosunzione germanica. A Lipsia, credo, non era difficile trovare un italiano, sia pure di modestissima cultura, che rivedesse le bozze di stampa. Ma l'editore avrà creduto che un Italiano non fosse capace di tanto; e avrà ricorso a qualche melenso tedescaccio, laureato in filologia italiana o romanza in qualche università tedesca.
E tutto questo va bene. Una cosa sola va male. Codesta edizione non dovevano poi chiamarla monumentale. Dovevano chiamarla kolossal. Kolossal come la bestialità teutonica.
Dobbiamo soffiare sull'ultima piuma?