La colpa di tale deficienza ricade in parte sugli editori, i quali in genere badano al piccolo utile immediato, e producono quello che corrisponde alla piú frequente richiesta. Ma neppure saprebbero andare scevri da biasimo gli studiosi, i quali, per antico e pessimo vezzo, lavorano un po' come càpita, senza prima dare un'occhiata generale allo stato della cultura e delle scuole, e vedere quali ne siano le lacune, e come e in qual misura convenga riempirle. Ma è inutile rivangare colpe o responsabilità. L'essenziale è che gli editori italiani colmino presto questa lacuna, mirando ciascuno a completare gli autori per cui hanno piú materiale pronto, e dando cosí prestissimo all'Italia edizioni complete dei classici[41]. Non sarà impresa eccessivamente proficua, almeno per ora, perché tali edizioni complete serviranno piú che altro alle Università. Ma anche i professori dei Licei avranno presto il buon senso di preferire e di consigliare le edizioni complete, invece di quei miseri fascicoletti nei quali i poveri studenti sono abituati a vedere sbrindellate le membra dei grandi scrittori.

«Adagio, signor mio! — obietta qui un filologo scientifico. — Codeste vagheggiate edizioni non saranno edizioni critiche scientifiche: e quindi non potranno servire, come voi v'illudete, alle Università».

La risposta è assai facile. Codeste edizioni, nella maggior parte dei casi, saranno repliche delle famose edizioni di Lipsia, che voi dichiarate ottime. Stampate, sono stampate non meno correttamente di quelle. E se vi piace, i nostri editori potranno, con poca spesa in piú, riprodurre anche i famosi apparati critici. — Appropriazione indebita? E via, cari signori, tante volte avete dichiarato che il lavoro scientifico è patrimonio comune, acquisito alla cultura mondiale! E poi, non mi sembra eccessivo sottrarre qualche apparato critico a chi estorce alla Francia, al Belgio, alla Romania, qualche cosa di ben piú sostanzioso. E poi, Carlo Pascal, nella Biblioteca di classici latini iniziata presso la ditta Paravia, va dimostrando che un apparato critico lo sappiamo fare anche in Italia, senza mendicarlo dai tedeschi.

Del resto, dico tanto per dire. Perché dopo la guerra tutti intenderanno, speriamo, che spiegare il teatro d'Eschilo, non potrà significare discutere con grottesca compunzione le innumere scimunitaggini spiattellate dai filologi tedeschi alle spalle del titano d'Eleusi. Ed Eschilo, e Sofocle, e Pindaro, e tutti gli autori greci e latini, li studieremo egregiamente, e ne deriveremo tutto quello che si deve derivarne per la cultura italiana, senza attendere la vostra famigerata edizione critica italiana dei classici, che di qui a due o tre secoli vanterà, al solito, qualche libro d'Omero e qualche opuscolo di Senofonte. Ne riparleremo.

Ma due altri punti voglio oggi sottoporre alla attenzione degli editori e degli studiosi italiani.

Primo, le edizioni commentate. In séguito al funesto prevalere dell'indirizzo filologico scientifico alla tedesca, si è fatta, in Italia, una specie di classificazione dei varî lavori filologici. E mentre compilare un catalogo o ricopiare e magari fotografare un codice veniva dichiarato scientifico; il commento d'un classico era invece screditato a priori, come lavoro semidilettantesco. Conseguenza necessaria, i migliori ingegni, anche per necessità materiali, se ne distolsero. E cosí avviene che, ad onta di parecchie belle eccezioni — bellissima quella di Paolo Ubaldi, il quale sta dando all'Italia un Eschilo che si lascia dietro di gran lunga i migliori commenti tedeschi — il commento dei classici fu troppo spesso abbandonato ad inetti e mestieranti. Il fascicoletto commentato in modo da facilitare il passaggio agli scolari poltroni si vendeva a sfascio: e a furia di fascicoletti qualche commentatore si fabbricava perfino l'automobile. Questo sconcio e questo preconcetto debbono cessare. Commentare un classico, quando il commento è fatto con coscienza e con gusto, è opera piú che degna ed elevata. E il mal vezzo di gettar via nei concorsi i commenti solo perché commenti, deve sparire, come in parte è sparito[42].

Secondo cómpito. Dare all'Italia la grande edizione italiana dei suoi classici e dei classici greci. Non già l'edizione critico-scientifica, quella a cui ho già accennato, e che si dovrebbe fare ricominciando ab ovo la disamina di tutti i codici di ciascun autore, e tenendo conto di tutte le grullerie, e son tante, passate per la mente ai filologi perdigiorni. Ma l'edizione che oggimai si può fare in tempo relativamente breve, servendosi dell'immenso materiale filologico e archeologico raccolto dai tempi dell'umanesimo ai dí nostri, e dando ad esso l'impronta della sobrietà e del gusto latino.

L'idea è bella e suggestiva e molti l'hanno accarezzata. Ed hanno... ed hanno fatto riunioni, ed hanno nominate commissioni. Come dicono i sapientoni di Pascarella?

— Sa? je fecero, senza complimenti
Qui bisogna formà 'na commissione.