Io — E come spieghi dunque la reputazione grande che riscuotono presso la gente?
Foscolo — Varie ne sono le ragioni, ed io t'esporrò le principali. Innanzi tutto, «pochissimo scrivono» (II, 144), e questo pochissimo in «latino barbaro, in italiano semibarbaro, con formole matematiche: un caos pieno di citazioni e di note che non possono stare né col testo né senza il testo: come i carciofi vecchi, spine di sopra, barbaccia irta di sotto». (II. 269). Poi «nei loro libri recitano a un tempo da sofisti e da poetastri, assottigliando il fumo, e gonfiando le minime cose. E minacciano e gridano per dar peso alle loro inette tragedie, di che van pieni infiniti volumi che fanno noiosa la lettura dei classici». (I, 242). Terzo «son gente clamorosa, implacabile, intenta ad angariare i sudditi ed a scomunicare i ribelli». (I, 242). Sicché, tra per non potere leggerli né capirli, e per credere alle loro apologie, e per temere le loro furie, la gente si tace e li ammira. Aggiungi poi che, sebbene si azzannano e dilaniano fra loro perennemente, dinanzi alle credule turbe non ristanno dal magnificare le opere uno dell'altro. Già Addison, con parole che pure ho riferite nei miei scritti, osservava come questi rugumatori di pergamene «fan grido l'uno all'altro assai piú che non le persone di vero ingegno. A leggere i titoli magni ond'essi onorano chi, verbigrazia, stampò un classico o collazionò un manoscritto, lo crederesti gloria della repubblica letteraria e meraviglia dell'età sua. E, se cerchi bene, avrà rettificata una particella greca o aggiustato un periodo fra le sue virgole». (I, 228).
Io — Dunque non è cosa tanto difficile procacciarsi fama di erudito?
Foscolo — No no: «fu sempre ed è agevole impresa l'usurparsi titolo di Maestro con poco sudore, e l'ostentare al volgo dei letterati e dei grandi certo lusso d'inoperosa dottrina». (II, 79).
Io — Beh, insomma è inutile insistere: tu hai proprio in uggia grammatici dotti ed eruditi.
Foscolo — Assai piú che non immagini. «Io l'ho giurata all'anima dei pedanti. Il cane è nemico del gatto, il gatto del topo, il ragno dei moscherini, il lupo delle pecore ed io de' pedanti». (I, 407).
Io — E nessun conto fai di quella multiforme attività che essi dichiarano «severamente filologica» o «filologica scientifica»?
Foscolo — Dovresti oramai avere inteso che secondo me «le vane congetture e le correzioncelle e le faticose bazzecole dei critici sono meri giuochi e futili ostentazioni d'ingegno che servono ad affaticar l'animo del lettore anziché ad erudirlo» (I, 228), e a «far noiosa la lettura dei classici». (I. 242).
Io — Sta, ch'io t'ho colto in fallo. Tu disprezzi e beffi questi compilatori di congetture e correzioncelle e aridi commenti. E di che cos'altro hai tu rempiuto il tuo commento alla Chioma di Berenice, che d'intorno a quarantasette distici si venne gonfiando per trecento pagine in ottavo grande?
Foscolo — Ah, ah, ah, tu vuoi farmi ridere! Anche tu «hai preso per moneta giusta quel mio scritto?» (I, 407). «E non sai tu dunque che tutto questo lavoro non è altro che una grave e continuata ironia sulle verbose disquisizioni dei commentatori? Non sai tu che da prima dispensai ad arte poche copie dell'opera; indi, vedendo effettuato il mio disegno, misi fuori i rimanenti esemplari, con un'appendice che chiamai l'addio ai miei lettori, dove, mentre svelo l'inganno, FACCIO CONOSCERE I MISTERI E GLI ABUSI DELLA FILOLOGIA?». (XI. 308).