Io — Tu non m'hai lasciato finire. Non è quistione solo di incertezze e quisquilie grammaticali, bensí anche d'altre cose assai piú palpabili e massicce. Il presidente dell'Atene e Roma, palladio in Italia degli studî classici, ebbe a sentenziar pubblicamente che «la visione storica del mondo antico non può aver luogo se non si volga l'attenzione anche alle minime e meno estetiche manifestazioni di vita intellettuale e morale». (Giornale d'Italia, 27 aprile).
Foscolo — «Rispondigli con Seneca che indagare chi fu la madre di Enea, e se Saffo si concedeva o non si concedeva a prezzo, e se Anacreonte fu piú vinolento o piú salace, questa e simili cianfrusaglie, anziché volerle apprendere, chi le sa converrebbe le dimenticasse». (I, 228).
Io — E sia! Lasciamo anche i fatti minuti. Ma, e le chiose, e i commenti, e le discussioni, che servono a far meglio penetrare nello spirito degli autori antichi? Guarda la questione omerica....
Foscolo — Chétati, figlio, per l'amor del cielo! «Chi ad ogni verso dell'Iliade o dell'Odissea ponesse dieci volumi di chiose, sarebbe forse discreto, sí immensa è la biblioteca degli scrittori commentatori d'Omero dal secolo di Pisistrato al nostro. Quanto profitto ne abbia ricevuto la poesia nostra, quale profitto abbiano in noi fatto tante lezioni d'ogni genere, dall'analisi grammaticale sino alle teorie metafisiche intorno ad Omero, non veggo». (I, 317).
Io — Mi sembra, con sopportazione, che tu sii dotto, ma vivace ed esagerato. Se concludono tanto poco queste ricerche e discussioni e teorie metafisiche, come spieghi il fatto che solennissimi dotti consumano in esse tutta la loro vita? Come potrebbero sussistere tanta dottrina e tanta capinsaccaggine?
Foscolo — Ricorda le parole, ch'io feci mie, di Gian Giacomo Rousseau: «I dotti hanno la piú parte mente ancor di fanciulli. La loro vasta erudizione risulta piú da una moltitudine di immagini che non da una moltitudine di concetti. Le date, i nomi proprî, i luoghi, tutti gli oggetti isolati e spogli d'idee, ricordano solo per la memoria dei segni». (I, 409).
Io — E non ti pare già essa da sola mirabilissima dote, questa memoria?
Foscolo — Mai no. «Non v'è molto da meravigliarsi che la facoltà della memoria sia fortissima, quand'è procacciata a spese di tutte le altre facoltà. Quando il cuore si rimane senza affezioni domestiche, l'immaginazione senza illusioni, il raziocinio senz'attività nelle altre operazioni dell'intelletto, la memoria, anche senza essere naturalmente straordinaria, trova libero il campo ad agire senza interruzione né impedimenti. La mente umana in siffatta situazione è piú inerte e meno industriosa ch'altri non crede». (IV, 279).
Io — E questa è la bella stima che tu fai degli eruditi? Li reputi anime e cervelli vuoti?
Foscolo — Vuoti no, ma colmi di stoppa. «Hanno sí pieno il capo di alfabeti e di citazioni, che il cervello fugge e va a stanziare ove dovrebbe esservi il cuore: ed il cuore.... dov'ei sia, né io né tu né essi lo sanno». (I, 407).