E incominciai da Ugo Foscolo. Né tedierò adesso il lettore narrandogli come, sviluppando un piano di Wells, potei giungere, nel regno delle ombre, a quel Grande. Ma della fedeltà fonografica della intervista tutti potranno accertarsi confrontando le parole del Foscolo, che io riferisco, con la edizione Le Monnier delle sue opere, che io cito scrupolosamente, tomo per tomo e pagina per pagina. Tronco il preambolo, e comincio.

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Io — Io reputo, Maestro, che fra i grandi Italiani sii tu quegli che ha conosciuto piú profondamente ed intimamente la lingua e gli autori greci. Forse piú del divino Leopardi; e certo un po' piú di Ruggero Bonghi, che ti vorrebbe apporre, ma ti doveva aver letto poco. Ed anche dei Latini fosti dottissimo. E assai chiaro insegnasti, e provasti con l'opera, qual succo vitale si possa derivare dallo studio dei classici per le nostre lettere e per la vita civile. Perciò a te mi rivolgo, affinché tu disciolga alcuni gravi dubbî che m'irretiscono oggi il pensiero.

Foscolo — Io so che tu sin da fanciullo assai ti nutristi dei miei scritti, e molto mi amasti e venerasti. Onde voglio appagarti. Di' liberamente.

Io — Arde oggi gran guerra tra i letterati ed i filologi d'Italia. E alcuni, e dei famosi, sostengono che l'unico lavoro possibile e serio intorno agli autori classici sia quello strettamente filologico: cioè copiare e collazionare codici, e allestire edizioni critiche. E hanno lanciato alla Patria un bando, che, se raccogliesse consenso, convertirebbe tutti gli studiosi, e massime quelli di piú forte ingegno, in una repubblica di stampatori. Che dici di questa idea. Maestro?

Foscolo — Dico che «io vorrei che cessasse questa libidine di codici e di varie lezioni. Questi sono i fasti della bella letteratura italiana nei secoli passati. E la libidine ricomincia a penetrare le fibre cornee degli eruditi italiani, che, violando le prime ed ottime edizioni di Dante Alighieri, vanno ripescando strane lezioni nelle tarlature dei codici». (I, 403).

Io — Lascia Dante e la letteratura italiana. È un altro vespaio, dove per ora non voglio cacciarmi. Torniamo ai classici greci e latini. E dimmi: con quale altro mezzo, se non con questo cercar nelle tarlature dei codici, si potrà stabilire sicuramente il testo dei grandi autori?

Foscolo — Il testo, il testo! Sii pur certo che quanto piú ci allontaniamo dal nostro grande Umanesimo, tanto piú i testi si corrompono ed imbarbariscono. Rammenti che cosa intervenne a me, quando volli tradurre la Chioma di Berenice? «In tanta battaglia ed incertezza di lezione, mi rifuggii alla piú antica, ove non riuscisse inintelligibile e assurda; prendendomi per esemplare l'edizione principe, e quella dell'età Aldina: certo almeno che sono estratte dai codici». (I, 241).

Io — Lasciamo la critica dei testi, vedo che è poco nelle tue grazie. Non vorrai però negare che ci sono altre importantissime bisogne filologiche, volte ad assodare, come dicono ora, le minime verità, che son pure indispensabili a conoscere le grandi, ed è cómpito della scienza indagarle. Pensa. Siamo ancora perplessi se debbasi dire Virgilio o Vergilio: sussistono dubbî se Plauto si chiamasse Accio o Maccio; e chi scrive intelligens, e chi intellegens; e chi scrive cum, e chi quum....

Foscolo — «Fuggiamo, figliuol mio, fuggiamo a tutto potere le liti de literis vocumque apicibus! Se debbasi scrivere cum o quum, lacrimae, lacrymae o lachrymae, coelum o caelum, e siffatte quisquilie grammaticali, ho creduto sempre riverenza a chi legge, a me stesso, ed al tempo, il non disputare». (I. 242). «A chi vedi che possano giovare dei volumi sull'abbiccí o sull'uso d'un pronome?». (I, 403).