[36] I pericoli e le vittime della cultura tedesca nel campo ginecologico, in Ginecologia moderna, 1915.

[37] Civiltà latina e civiltà germanica, nella rivista: La riforma sociale, novembre 1915.

[38] Monitore Zoologico italiano, anno XXIII, n. 9-10.

[39] Pazzia d'imperatore o aberrazione nazionale? Rivista di Patologia nervosa e mentale, anno XX, fasc. 7. — Henri Fabre, id., fasc. 12. — Cfr. fasc. 10, e anno XXI, fasc. 1-2. Nella medesima rivista si è finito di pubblicare in questi giorni un altro suo lavoro importantissimo: La psichiatria tedesca nella storia e nell'attualità.

[40] Vedi Calò, nel Marzocco, 27 maggio. — «Il meglio che si possa ragionevolmente pretendere è che gli autori siano letti in iscuola, largamente, con intelligenza aperta e con conoscenza profonda della lingua, dell'antichità, dell'autore». Andiamo pienamente d'accordo. Ma faccio osservare al Calò che, secondo i criterî della scuola che egli difende, codesto sarebbe una specie di svago, e la dignità «scientifica» rimarrebbe sempre ascritta alla manipolazione dei testi. Ma non vuol dire. Siamo d'accordo. Segnamo questo punto all'attivo del nostro bilancio.

[41] Giovanni Calò nel Marzocco 29 aprile: — «Sarà bene che editori e commentatori si preoccupino di completare la pubblicazione delle opere delle quali sian pubblicate soltanto alcune parti, anche per dare agl'insegnanti la possibilità di servirsene con agio e con libertà, senza limiti di scelta, nella scuola».

Felice Ramorino nel Giornale d'Italia 23 maggio: — «Soprattutto e prima di tutto i testi classici vogliono essere curati. Una Raccolta senza pretese ma fatta con diligenza e buon metodo, che esibisse nel testo ora ritenuto migliore le opere dei principali poeti, storici, oratori, filosofi greci e latini, con sobrii prolegomeni e note, raccolta a cui potessero ricorrere con fiducia gli studiosi, corrisponderebbe a un vero bisogno del nostro paese, perché ora, se si deve consultare Erodoto o Tucidide o Polibio o Plutarco o Cicerone stesso o Cesare o Livio, non si può a meno di ricorrere a edizioni forestiere». — Come si vede, tanto Calò quanto Ramorino ripetono fedelmente quello che ho detto io. Ma è altrettanto vero che nei tre convegni dell'Atene e Roma non si parlò mai di siffatta edizione, e in articolucci volanti e nelle solite polemichette e «lettere ai Direttori» cosí care ai filologhi occulti, si lasciò quasi intendere che una simile impresa sarebbe stata futile e quasi disonesta. Basta, segnamo all'attivo anche quest'altra nota concorde, e dimentichiamo che se l'Italia si trova a questo punto la colpa è appunto del «metodo scientifico».

[42] Giovanni Calò id. id.: — «È utile che i commenti, quando presentino pregi veramente notevoli, siano tenuti nel debito conto in qualsiasi concorso, anche universitario, insieme coi lavori strettamente filologici (vorrei sapere perché i commenti non siano lavori strettamente filologici; quando si dice i dirizzoni!) — Ché un commento può appunto rivelare tali doti d'acume, di conoscenza profonda della lingua, di gusto, d'abilità didattica, quali non si possono generalmente riscontrare se non in coloro appunto che son degni di salire all'insegnamento superiore». — È una pura e semplice parafrasi di quello che dico io. Ma gli uomini appunto di cui Calò si fa paladino sogliono dichiarare lavoro di terz'ordine qualsiasi commento in genere; e, nel caso speciale, quelli dell'Ubaldi. Registro questo terzo punto di concordia, che con l'altro fondamentale, rilevato nella prefazione, cominciano a costituire un bel nucleo.

CASA EDITRICE NICOLA ZANICHELLI — BOLOGNA