—Sarà.. ma dove l'avete conosciuto?

—Qui all'epoca dell'occupazione: egli mi chiese in tutte le regole ed io acconsentii.

Cosa strana, egoistica, tutto quel che volete! Io non sentivo nulla per quella donna, ma provai dispetto ad udir quella confessione, che così ingenuamente venivami fatta: per cui non potei fare a meno di diventar brusco; Luisa se ne avvide e per placarmi si chinò su me e le di lei labbra sfioraron le mie; non l'avesse mai fatto!.. un fuoco di fila di baci, tutt'altro che fraterni, echeggiò sotto il padiglione nuziale che adornava il mio letto. Povero ufficiale Badese, io mi prevaleva un po' troppo dei diritti del vincitore, ma ora ti auguro un brevetto di colonnello, una croce dell'aquila nera, un'eredità di un mezzo milione, purché tu renda felice la mia assidua assistente!

Era tanto carina, quando partì, imbacuccata nel suo water-proof! Giunta alla porta tornò indietro, si levò di tasca una medaglina, me l'attaccò al collo… io la lasciai fare: era una medaglia della vergine madre… oh! religione!… Eppure non ho mai abbandonato quel microscopico pezzetto d'argento: non fremano i liberi pensatori: io tengo molto alla religione… dei gentili ricordi!

Partita lei, tornarono le padroncine e insieme alla vecchia vollero servire il mio desinare da ammalato: le più squisite galanterie, che l'arte e l'umana ghiottoneria hanno inventato pei convalescenti, mi si portarono davanti; a siffatta gentilezza, a vedere intorno a me le due creaturine che sembravano angeli, mi vennero le lacrime agli occhi. Gli spiriti forti hanno poco da ridere: Campanella, il quale non era certo un debole nè una donnicciola, rifugiatosi a Marsiglia per sfuggire alle persecuzioni ha confessato di aver sostenuto a ciglio asciutto prigionia e tortura e di aver pianto sperimentando l'opera benefica dell'illustre Pereiscius che l'ospitò: ed io che avevo non un Pereiscius, ma delle donne e molto belline, per ospiti e che ancora non ho provato torture, potevo piangere come il celebre perseguitato dalla Corte di Roma.

«Cosa bella e mortal passa e non dura». La campana dei vespri mi rapì la genial compagnia: in quella famiglia erano religiosissimi, come in quasi tutte le famiglie delle classi aristocratiche e borghesi di Francia. Mai ho maledetto San Paolino di Nola e la sua sconsacrata invenzione delle campane, come lo feci in quella sera.

E a rincarar la dose del mio malumore, capitarono gli amici. Avevano accompagnato la salma del Ferraris, ma, colla teorica degli antichi Romani, dopo i funerali erano andati alle mense, e ciò si vedeva chiaramente dalle accese loro fisonomie, dal lor modo di muovere i passi.

Il Piccini entrò traballando, e parlando un francese che non si capiva nè da Italiani nè da Francesi: ogni poco interrompeva il bisticcio per vociare: le saucisson de Lyon… en avant Garibaldiens… Cosa credeva di dire, non giungemmo mai a capirlo nemmeno da lui!… Il Dio Bacco l'aveva inalzato, a dir poco, alla ventesima potenza dell'ebrietà, e quando si mise a sedere attaccò un tal sonno, che per portarlo via ci vollero persino dei pugni.

Giunsi a comprendere in tanto baccano che il funebre trasporto era stato imponentissimo e che Canzio aveva proferito generose e ben degne parole sulla tomba del figlio prediletto della democrazia Torinese.

Dopo aver rimesso un polmone, o poco meno, per mandar via di camera tutti quegli indiavolati mi addormentai saporitamente… Con poche ore di riguardo e di calma il mio male era passato.