CAPITOLO XIX.

Non ascoltando i consigli degli amici, io me ne andai il giorno dipoi, secondo il solito, al quartiere, e secondo il solito, non vi rinvenni alcuno. Facendo necessità virtù, mi misi a girellar per la piazza, molto più deserta dell'ordinario. I volontarii erano stanchi e dopo essersi battuti, come leoni sul campo, avevano anche ragione, se voleano riposarsi: si sapeva che i nostri esploratori erano giunti fino a Messigny senza rintracciare il più piccolo vestigio dell'inimico, e il Garibaldino ha un'avversione pronuziatissima per far l'eroe per chiassata. Tutti coloro che han fegato sono scansafatiche per eccellenza: può sembrare alla prima un'assurdo, ma ho provato che è vero.

Dopo poco rintoppai il nostro tenente Ricci, che aveva domicilio e stanza d'ordini su quella piazza.

—Il generale è contentissimo di voi—Mi disse con la soddisfazione sul volto—Dovreste fare un ordin del giorno?

—Chi?… io?

—No… Miquelf…

—O non sei tu il comandante il deposito?

—Che deposito d'Egitto!—e qui una bestemmia in Romagnolo—io non ne voglio saper nulla… che faccia lui, che sa tutto—e qui una litania d'improperi alle spalle del sottotenente.

Era sempre così; una lotta continua, un ricambiarsi perpetuo d'impertinenze, che ci facevano godere amenissime scene: Miquelf non sapeva l'Italiano, il Ricci non conosceva neanche di vista il Francese, per cui noi si rideva e le cose del deposito andavano a vanvera.

Dopo essermi assicurato che nulla di nuovo eravi al quartier generale, lasciai il mio tenente, e presi la Rue Condè.