Usciti di casa riscontrammo la legione Ravelli, che colla musica in testa marciava verso la direzione della barriera del Parco.
—Dove andate?—Domandai al capitano Becherucci che si era staccato dalla sua compagnia per salutarmi.
—Ma… sento un presentimento che mi dice che ci si avvia verso l'Italia.
Il mio amico doveva esser profeta.
Erano appena le undici e Mecheri, Ghino ed io mangiavamo delle paste in una bottega di faccia al teatro. Digione era piena di pasticcerie, dove si mangiavano dei pasticcetti eccellenti.
Tutto ad un tratto, quando meno lo si aspettava, vedemmo formarsi dei capannelli di gente che discorreva con animazione: poi ci giunsero agli orecchi dei colpi d'artiglieria: credevamo sognare: si pagò il conto, si andò in strada e cercammo raccapezzare qualchecosa tra le mille versioni che si davano del fatto inopinato.
—I Prussiani si avanzano…
—O l'armistizio?
—Quei barbari non rispettano niente!
—No… è Menotti che di motuproproprio ha attaccato il fuoco.