Terminata questa lettura, do un'occhiata ai compagni, vedo degli occhi lustri e non posso fare a meno di notare un silenzio molto eloquente: non vi è che dire; i miei compagni sono tutti commossi, quanto lo sono io. Le generose parole dell'eroe sono scese nel cuore di tutti: ci insultino pure i Giuda politici, i prezzolati campioni della Monarchia, ci chiamino vagabondi e gente che non ha nulla da perdere, le nostre fatiche non potevano esser meglio ricompensate, le nostre idee non potevano esser meglio comprese. Una sola parola di elogio sgorgata dalle labbra intemerate di Garibaldi vale di più di tutti i belati della mandra comprata; il nostro non è feticismo, non è un moto idolatra, è la giusta estimazione che gli uomini di cuore devono mai sempre nutrire per coloro che hanno tanta benemerenza verso l'umanità, per coloro la di cui vita è stata sempre un continuo sacrifizio, una continua abnegazione in favore delle magnanime idee.

Si legge anche un ordine del giorno di Bordone; non manca pur questo di generosità, ma quali parole possono fare effetto dopo quelle del Romito di Caprera?

Tornano da Digione alcuni nostri feriti, tra i quali Pianigiani. Non si lagnano del contegno dei Prussiani, e fanno molti elogii di quello del popolo, sempre repubblicano anche in presenza degli invasori. Ci parlano della magnificenza dei funerali del Perla. Un battaglione Prussiano ha reso gli onori militari alla salma: tutta la popolazione è corsa lungo le vie da cui è passato il funebre corteo; la madre del prode maggiore non ha curato i lunghi disagii del viaggio ed è corsa onde essere in tempo a far meno triste l'agonia del figliuolo; essa lo ha accompagnato al sepolcro. Povera donna!.. se tuo figlio è morto gloriosamente, se il di lui nome sarà eternamente celebrato tra quello dei martiri della libertà, tu non cessi di esser madre e hai diritto di piangere: le lacrime delle madri sono la rugiada benefica che fa rinvigorire le magnanime idee. Distruggiamo i tiranni e nessuna avrà da piangere su di un figlio innanzi tempo rubato all'avvenire e alla patria.

È partito per Avignone il terzo degli usseri. Erano buoni figliuoli e durante la campagna hanno fatto un servizio di ferro Li abbiamo accompagnati alla stazione: hanno voluto abbracciarci e ci hanno lasciato gridando: Viva l'Italia, rammentatevi di noi!… Non temete, bravi figliuoli, noi non potremo dimenticarvi: noi vi abbiamo veduto volare intrepidamente di faccia al nemico, noi abbiamo spezzato il poco pane con voi, noi vi si siamo affezionati nelle fatiche, nei disagi che abbiamo sostenuti per la repubblica… certe cose le non si dimenticano mai!

Un'altra bellina!… L'amico Kane si trova senza quattrini e sente tutta la necessità di fare un pranzo lucullesco. Cosa inventa? Va da Monsieur Coq, il nostro cittadino trattore, e a faccia tosta gli annunzia di esser passato ufficiale. Monsieur Coq lo guarda con aria d'ammirazione e gli dà il mi rallegro. Kane gli fa osservare la necessità di dare un banchetto agli amici, e, consenziente il trattore, ordina un lautissimo desinare da pagarsi appena riscossa l'entrata in campagna. Io sono del bel numero uno degli invitati. Il giorno dopo, si hanno da vendere i cavalli di rimonta e, a farlo apposta, tra le povere vittime designate per condurli in giro e per trovar compratori è designato anche l'apocrifo ufficiale. Non senza stiacciare dei moccoli, il disgraziato agguanta le redini di uno dei più sghangherati Bucefali e va cogli altri sotto l'obelisco della Piazza per portarlo all'incanto. Noi cerchiamo in tutti i modi di far prender cappello al nostro amico: ora gli si da la baia, ora si esige che metta al trotto la bestia: sul più bello delle nostre burlette, capita in mezzo a noi, come lo spettro di Banco, il povero Monsieur Coq, vede il preteso ufficiale che fa quel basso servizio, fa un urlaccio e rimane come Don Bartolo: dal canto suo Kane non sa quali pesci si prendere, e ci dà certe occhiate da commuovere i sassi, ma che ci fanno scompisciar dalle risa. Silenzio di un paio di minuti, finalmente l'amico nostro si risolve, empie di chiacchere la testa dell'oste e te lo ingarbuglia in modo tale da persuaderlo a comprare il cavallo e così tra sconto, tra senseria ed altri ammennicoli, chi ha avuto ha avuto e tutti rimangon contenti!

Il comando dell'Armata dei Vosgi è passato nelle mani del vice ammiraglio Penohat. In tempo di rivoluzione niente di strano che un uomo di mare comandi un armata di terra…. eppoi, ce lo han ripetuto, egli viene per scioglierci. Laus Deo: ci leveremo alla fine da questa vita noiosa, di cui le feste improvvisate all'Hotel du Parc, le facili conquiste delle Veneri appassite che passeggiano sui Quais, la maldicenza su tutto e su tutti, compendiano tutte le fasi. Se si restasse un altro mese, ci abbrutiremmo di più degli ubriachi d'assenzio che riscontriamo ogni mattina, quando ci si leva dal letto. Questi ultimi non sono pochi. L'uso dell'assenzio è stata una delle rovine di Francia.

Altri due parlamentari Prussiani! La popolazione s'insospettisce: la strada infaccia al quartiere generale è gremita di gente: si sussurra, si grida: bisogna rinforzare la guardia al cancello. I parlamentari partono quasi subito e la calma si ristabilisce. Alcuni dicono che il nemico concede altri otto giorni d'armistizio, purché sia occupato anche il dipartimento di Saone e Loire… Vedremo!

Vien l'ordine di restituire i nostri cavalli e di portarli al deposito di rimonta a Macon. Buon segno!.. Io sono incaricato della missione, prendo meco dieci uomini e vo per quella direzione. Appena arrivati, sentiamo tutti un gran desiderio di mangiare e di vedere una nuova città. Lasciamo nei vagoni i cavalli, senza curarci di dar loro quel pasto che tanto si anela per noi ed a corsa entriamo in Macon: si questiona col sindaco per aver il biglietto d'alloggio; finalmente ci vien concesso, io vado in casa di una bellissima vedova: mi metto a dormire in uno stanzino accanto alla sua camera; però prima lei chiude l'uscio con doppio giro di chiave; le precauzioni non sono mai troppe! Al mattino ci rammentiamo dei cavalli: si vanno a prendere e ci si monta a pelo per condurli al deposito. Ci riceve un vecchio capitano che ci guarda a squarciasacco, arricciandosi i lunghi mustacchi, e battendo il frustino sugli stivali. Ci ordina di metter le bestie in una vastissima scuderia. Maledizione! Queste hanno tanta fame che si mettono a dar dentate al legno della mangiatoia. Si figurino i lettori quali occhi piantasse nei nostri il capitano! Sbuffò come un istrice, bestemmiò un paio di sacres tonners e poi in tuono burbero ci chiese: Ma da quanto tempo non mangiavano questi cavalli?—Fingi di non capire il francese, mi sussurra un vecchio merlo che ho accanto. Così faccio, non rispondo ad alcuna domanda, il vecchio soldato ci manda al diavolo e noi andiamo a desinare. Il nostro pasto si prolunga tanto, che non solo non possiamo veder la città, ma arriviamo a buco per la partenza del treno.

Appena scesi dalla stazione di Chalons, ci colpisce la vista un insolito brulichio di persone: la vasta piazza dell'obelisco è occupata da capannelli che si agitano, si sbracciano, discorrono ad altissima voce. Domandiamo a qualcuno che cosa è avvenuto: ci si risponde che domani i Prussiani saranno in città. Ci si stringe nelle spalle e si entra nella grande Rue: questa è tanto affollata che bisogna procedervi a forza di spinte; per pervenire alla sottoprefettura ci è necessaria una buona mezzora. Il popolo è più abbattuto che mai: qualcuno si azzarda a proferire a bassa voce la parola tradimento. Pesco altre notizie: oggi scade l'ultima proroga dell'armistizio, nessuno avviso è venuto, niente di più facile che ricomincino l'ostilità. Incontro finalmente il nostro tenente—Stia pronto a partire, mi dice—Verso Chagny?—Nemmen per idea, noi andiamo a Macon—O i Prussiani?—Ci crede anche lei?… Va via il quartiere generale, ecco tutto; in settimana ci danno il congedo, fra quindici giorni siamo in Italia—E si parte?—Domattina alle quattro.—La partenza dello stato maggiore aveva prodotto quel panico da cui era occupata tutta la città.

Vo a casa: per via non posso fare a meno di pensare a tutti gli addii, a tutte le promesse, a tutti i pianti che si faranno nel corso di questa nottata; sento la voluttà di non lasciare nemmeno uno spicchio di cuore in questa graziosa città. Annunzio ai miei ospiti la mia vicina partenza; mi dicono le solite cose e mi offrono da bere; passo in salotto e mi trovo in compagnia con un prete che dice ira di Dio di Vittorio Emanuele perchè ha osato di entrare nell'eterna città: messo a punto, è la prima volta che faccio il realista (che il Cielo me lo perdoni!): nasce un battibecco, i padroni di casa mi fanno il viso dell'arme: mi avveggo che se domani non partissi loro troverebbero qualche pretesto per mettermi gentilmente alla porta. Vo in camera è comincio a fare i fagotti: sento bussare dolcemente alla porta e vedo entrare Maguelonne, un bel tipo provenzale, una delle bonnes della famiglia. È in completo deshabillè le domando cosa desidera—Son venuta ad aiutarvi, mi risponde con una mossa provocante e lanciandomi un'occhiata assassina—Capisco l'antifona, ma mi ha messo tanto malumore la disputa col curato, ma son tanto felice di andarmene che risolvo di far l'indiano per vedere se la appetitosa fanciulla mi si leva d'intorno. E pensare che il mio compagno d'abitazione le he fatto una corte spietata e che dopo un'infinità di salamelecchi non è giunto a ricever da lei che… uno schiaffo. Proprio la fortuna favorisce i poltroni! Prima il solito discorso della mia amante italiana, poi le solite proteste d'affetto ai soldati, mille bei discorsi insomma a' quali rispondo, come le mura testimoni di quel colloquio. Il vecchio Giuseppe Ebreo è un Don Giovanni a paragone mio… in questa sera. Terminato che ho d'accomodar la mia roba, cogli occhi fissi in terra, che alzandoli ho paura di perdere la tramontana, auguro la buona notte all'inaspettata visitatrice. Oh! disillusione!… Essa mi stende graziosamente la mano e con un tuono di voce gentile mi dice: E non avete da dar nulla alla bonne? Alzo gli occhi; la stoccata fa perder la poesia; le do uno scudo che m'esce dal cuore e vo per darle anche un abbraccio… è troppo tardi: lo schiaffo del mio povero compagno riceve una seconda edizione nella mia povera guancia!… vo a letto bestemmiando, mentre sento nella stanza accanto le risate della birichina.