La mattina all'alba partimmo; mi sembra inutile descrivere ai miei buoni lettori il lungo viaggio che avemmo a fare da Bologna a Genova; le famose avventure in ferrovia, che sono così spesso tirate in ballo dai romanzieri, per me sono favole belle e buone; noi fummo trasportati, nell'identico modo con cui son trasportati i bauli. Avemmo a compagni dei mercanti, dei contadini e dei soldati in congedo; ci fermammo per far colazione, come tutti gli altri a Piacenza; mangiammo di nuovo a Tortona; bevemmo una buona bottiglia di vino a Novi, non potemmo fare a meno di ammirare la magnifica vallata di Serravalle, schiudemmo i cuori alle più liete speranze, osservando l'infinito numero di fabbriche di San Pier' d'Arena, e scendemmo a Genova nelle prime ore della notte. La luna illuminava il bel monumento di Cristoforo Colombo che è sulla piazza della stazione. Noi volgemmo un saluto a quel grande, che in ricompensa di un nuovo mondo si ebbe le catene da un re, e ci persuademmo, che per volger di secoli e per variare di avvenimenti l'umanità non è punto cambiata.

Nostro primo pensiero fu di recarci da un certo individuo, che ci doveva dare il mezzo sicuro, perché si potesse muovere senza disturbi alla volta di Francia. Ci aveva dato una lettera di raccomandazione per questo genio benefico, Andrea Pieri, uno dei nostri buoni amici Fiorentini, giovane egregio e provato patriotta, di cui la democrazia piange a lacrime amare la perdita. Trovammo quasi subito la tanto desiderata persona, e secolui ci riducemmo in una bettoluccìa non molto distante dal teatro Carlo Felice, bettoluccia frequentata soltanto dai marinari, e da qualche facchino di porto.

—Noi si vuolpartir subito—Fu il primo discorso che facemmo.

—Non dubitate… domani sera voi partirete… Domattina… uno di voi verrà con me e combineremo ogni cosa.

—Va bene!

—Ma saremo disturbati qua in Genova?… Dimandai io che avevo sempre fisse in mente le persecuzioni con cui ci onorava il Bolis a Livorno.

—Loro possono andare tranquillamente… Si figurino in quest'ultimo mese ne ho già imbarcati più di duecentocinquanta…

Mi rincresce non poter nominare questo giovine che con tanta abnegazione si prestava, per procurare dei difensori alla Francese repubblica; egli in oggi è uno dei miei amici più cari, ma, se lo nominassi, domani forse non avrebbe più pane e quello che è peggio, non l'avrebbe nemmeno la sua numerosa famiglia. Quanti, oh! quanti sono obbligati a nascondere le idee generose che loro bollono in cuore, per la miseria e per il bisogno! Non vi disperate però, o povere vittime, che ce lo ha lasciato detto anche Giusti:

«Tra i salmi dell'uffizio
C'è anche il Dies irae
O che non ha a venire
Il giorno del giudizio?!

Si dormì in un Albergo, a cui c'indirizzò il nostro amico; il proprietario, i camerieri la pensavano come noi e terminammo la serata, cullandoci tra le più belle illusioni e facendo i più attraenti progetti per l'avvenire.