CAPITOLO VI.

Il giorno seguente, appena fu un'ora da persone educate, andammo dal Comitato. Dopo molta anticamera, chè anche nella democrazia quando si comincia a salire si assume tutte le belle e gentili maniere le quali distinguono l'aristocrazia, fummo introdotti in quel sinedrio di senno e di patriottismo, e ci trovammo davanti al presidente Panni, un omaccino tarchiato colla barba lunga, nato a Firenze ma domiciliato da vario tempo a causa di affari a Marsiglia. Tanto lui come il segretario Lalli, si davano tutto il tuono di persone importanti, ci squadravano dall'alto in basso con una prosopopea da commissarii di polizia, e parlavano della guerra colla medesima autorità, che avrebbero adoperato se fossero stati generali d'armata o per lo meno, capi di stato maggiore…..

Adempiute le formalità, di quella specie di arruolamento che si firmava presso di loro, noi facemmo noto a quella gente, il nostro proposito di andare diretti al quartier generale dì Garibaldi.

—Loro possono andare anche con Frapolli—Ci disse il segretario—Tutte le vertenze sono accomodate e i due generali, glielo assicuro io, camminano verso la medesima mêta.

—Sono belle assicurazioni, ma noi abbiamo deciso di raggiungere
Garibaldi e vogliamo andare a Digione.

—Facciano come vogliono; stasera partono una cinquantina di volontarii… potranno andare anche loro—Borbottò il presidente, non nascondendo un senso di malumore e di contrarietà: poi, rivoltosi ad Omero Piccini, fratello di quello che era sul Var e in prigione con noi, gli proferì in tuono brusco: Lei non può andare.

—E perché?

—Non lo vede… è un ragazzo.

Difatti il nostro compagno aveva 17 anni.

—Eppure, interrompemmo noi, è già stato a Mentana.