—Li assicuro che Garibaldi è a Digione—Badava a protestare.
—Allora a Digione!—Gridammo tutti.
—A Digione—Ripetè, come eco, il duce nostro!
—Ma non so—Riprese il capo stazione—no so, se ci potranno arrivare, se le linee saranno libere… tante volte i Prussiani… sono così accidentati quei soldatacci di Bismark!
—Eh! non importa… noi si va.
—Faccian loro!
—Arrivederlo e stia bene!—E tutti via di corsa in un treno che era lì pronto.
—Ma dove vanno, dove vanno signori?—Gridava con tuono di raccomandazione quella povera vittima dell'ignoranza del tenente e dei nostri capricci—Quel treno lì va a Marsiglia: montino in quell'altro!
—Sanno, cosa è—Proferì stizzosamente allora il nostro accompagnatore—io con loro non ci voglio star più, e me ne lavo le mani fino da questa momento: ecco la loro paga.
Nessuno protestò; nessuno scongiurò il tenente a ritirare quello che aveva detto; ma egli, dopo averci dato un franco a testa, montò per il primo in un vagone di prima classe, mentre noi fummo di nuovo pigiati in una di quelle gabbie che a vederle sembrano molto più atte a ricettar delle bestie che dei Cristiani… o degli Ebrei.