La signora ci rese informati di un episodio, che poi ci fu dato raccogliere anche da tutti gli altri cittadini che avvicinammo; episodio ben meschino a paragone di quelli che si svolsero in quel maraviglioso periodo di storia che farà stupire i nostri posteri, ma che ci si dava come ragione principale dello sgombro della città da parte dei soldati Germanici. Io credo però che quello che ci si raccontava, come verità indiscutibile, non fosse altro che una di quelle storielle, che nascono non si sa come, che si propagano con facilità straordinaria in un momento in cui una nazione ha perso la bussola, ma che cadon di subito di faccia alle riflessioni che può ispirare il più volgare buon senso.
Secondo questi discorsi il buon Werder, che è un cattolicone coi fiocchi, uno di quei cattolici per cui il regno dei cieli è spalancato come per tutti i poveri di spirito, dopo un lungo colloquio che aveva avuto col vescovo di Djon, degno servo dì Dio, avrebbe preso le sue carabattole e cheto come un olio, spaventato dalle minaccie dei fulmini dell'ira divina aveva trasferito le sue tende ben lontano da quella città, dove sarebbe piovuto acqua bollente se egli si fosse piccato di continuare un occupazione in odio alle tremende divinità che reggono il mondo.
Le frequenti visite che il generale Badese con un unzione veramente apostolica faceva al vescovo, l'intimità più che fraterna che esisteva tra questi due personaggi, il patriottismo ben noto del pastore che aveva sotto la sua tutela i buoni abitanti delle Côte d'Or furono dicerto la ragione precipua per cui nacquero e presero voga queste chiacchiere di nessuna entità. Io non posso credere che un capo di stato maggiore, reputatissimo come è il signor Moltk, possa ritenere ai suoi ordini un sagrestano che si lascia imbecherare dalle fandonie impossibili di un porporato qualunque.
Dopo aver bevuto dell'eccellente Wermuth, lasciammo il palazzo, che cominciavamo a riguardar come nostro, e rientrammo in quelle strade, dove un continuo viavai di soldati, di cavalieri, di carri, d'artiglierie produceva un chiasso, una confusione che c'inebriava, mentre avrebbe fatto venire un'emicrania solenne al pacifico e ben pasciuto gaudente, che per caso si fosse trovato lassù.
Arrivati appena nella rue Condé, via principale della città, degli applausi entusiastici ci colpiron gli orecchi; poi un correre concitato di ragazzi e di donne; uno spalancarsi di finestre; un'affollarsi repente lungo i marciapiedi, ed un gridìo unanime, pieno, che ci produsse immediatamente una commozione indicibile. Vive Galibardi (!) Vìve le premier defenseur de la France. Il primo soldato della libertà dei popoli passava per quella strada, ed il popolo che in tutto il mondo fa sempre sentire la generosa sua voce in favore dei generosi che alla libertà dedicano la loro intiera esistenza, accoglieva come si conveniva, ben differente dai grandi del mondo che dispregiano sempre, chi è grande davvero.
Garibaldi!… Chi può rammentare questo nome, chi le gesta famose dell'eroe divenuto già leggendario, senza sentirsi dì subito rapito in una commozione divina?… Eccolo là, questo vecchio figlio della rivoluzione, sempre giovine quando si tratta di rispondere ai di lei magnanimi appelli! Eccolo là quell'uomo, che nel suo splendido passato dall'ultima Montevideo alla vicina Mentana è stato sempre in prima fila per la causa divina dell'Umanità!… A che mi si rammentano i grandi, a che mi si rammentano gli eroi? Pari al sole che quando sorge col suo Oceano di luce fa oscurare le stelle, quest'uomo ha fatto oscurare la fama di tutti quelli che lo precessero. I posteri lo crederanno un mito: perché la fortuna ha dato a questi tempi un Garibaldi, quando non ci ha dato un Plutarco per rammentarne degnamente le gesta? Ma i buoni popolani son pronti a rammentarlo degnamente ai lor figli, ad insegnar loro a venerarlo come quelli da cui dipende la felicità, l'avvenire di quelli che soffrono! Io per me, le poche volte che mi è stato dato incontrarlo mi son sentito le lacrime agli occhi ed egli mi è trasvolato davanti come un eroe dei tempi sublimi, in cui i Cincinnati e i Fabbrizi lasciavano la spada dopo aver salvato la patria, per tornare alle glebe natie, O alle officine rese sacre dal sudore di quelli operai, che veramente erano grandi per il lavoro e per la virtù cittadina. Benedetto da tutti quelli che amano; implorato, come una speme da tutti quegli che soffrono; terribile ai tiranni; sempre presente agli schiavi; invano tenteranno d'abbatterlo i Giuda politici, che si inspirano ai fondi segreti del ministero, mai alle azioni generose.
Il Generale era in carrozza con l'indivisibile Basso; ambedue erano vestiti in borghese: Garibaldi aveva un cappello alla calabrese bigio ed il punch che sempre lo ho accompagnato in tutte le campagne; dietro alla carrozza venivano a cavallo il maggiore Fontana dello stato maggiore, e il capitano Galeazzi delle Guide, aiutante di campo. Il Generale sorrideva a quei popolani che l'applaudivano con tanto entusiasmo, e li salutava gentilmente con le mani. Il popolo di Digione accompagnava sempre con dimostrazioni d'affetto il Generale, e quello che si vedeva, si doveva d'ora in là ripetere ogni giorno davanti ai nostri occhi.
Poco dopo che noi ci eravamo commossi ad un tale spettacolo, dovevamo esser sorpresi da un'incontro non meno gradito di quello del nostro Generale. Trovammo Rossi, nostro compagno sul Var, uno di quei pochi Fiorentini, che sempre fedeli al principio Repubblicano, avevano subito gli oltraggi dei giornali dello sbruffo, e l'ire delle questura, e che ora, coerenti al proprio principio, dopo mille peripezie, che più tardi racconterò ai miei lettori, era pervenuto a raggiungere gli stendardi della, libertà e della emancipazione sociale. Il Rossi era ingrassato in una tal maniera, che noi durammo fatica a riconoscerlo: sembrava più un Domenicano che un Garibaldino; gli si leggeva in volto la contentezza dell'uomo che dopo tante fatiche, ha potuto raggiungere uno scopo per tanto tempo da lui vagheggiato.
Andammo tutti insieme a pranzo: lì sapemmo a un'incirca tutto l'andamento preciso dell'Armata dei Vosgi: questo mucchio di uomini, abbastanza omeopatico, a cui superbamente si regalava il titolo d'armata, era allora diviso in quattro brigate: la prima sotto il comando del generale Bossak, aveva il suo quartier generale a Fontaine, paesetto, a circa due kilometri di distanza da Digione: la seconda, anticamente comandata da Delpeche, ed ora comandata dal Lobbia, si era avviata verso Langres, e non si sapevano notizie precise sul di lei conto: la terza, generale Menotti, era a Talant, e ne formavano parte le due legioni italiane sotto gli ordini di Tanara e Ravelli: Ricciotti con la quarta brigata era dalle parte di Poully, lato Nord Est della città.
Le traversie che ebbero a subire Rossi e Piccini, Squaglia e Baldassini per giungere in Francia, ci furono raccontate a quel desinare e meritano, credo, l'attenzione dei lettori, se non altro perché questo serva ad assicurarli del come, quando si nutrono certe idee, si affronta qualunque pericolo da quel partito che i troculenti avversarii, hanno osato qualificare per gente che non ha nulla da perdere e che si pasce solamente di trambusti perché in questi ci è da pescare nel torbido,