—Se hai paura, và a letto.

—È impossibile!…

Insomma a forza di queste discussioni, si era giunti al cimitero che è quasi difaccia alla ferrovia. Lì trovammo Garibaldi in carrozza, tutto lo stato maggiore e alcuni battaglioni schierati. Degli scorridori prendevano la via onde attinger notizie, o recar dei dispacci. Il freddo era tremendo; tutti si batteva i denti, ci si strisciava le mani, si passava infine un quarto d'ora più climaterico di quello di Rabelais.

Fortunamente, dopo informazioni ricevute, il Generale ci rimandò tutti a dormire: non era stato che un'equivoco, di cui noi avevamo pagato le spese. Mezz' ora dopo, a dir molto, si dormiva di nuovo tranquillamente.

CAPITOLO XV.

Quattro ore di sonno, e poi via di corsa in quartiere: quelli erano giorni che si poteva affermare di essere esempii viventi della teoria di là da venire, del moto perpetuo. La nostra scuderia aveva due nuovi ospiti; due cavalli che Mecheri e Ghino Polese avevano preso sul campo: questi due giovani, il giorno innanzi, distaccandosi con tre o quattro altri da noi, erano corsi in prima fila, ed avevano ottenuto dai presenti gli elogii più ampi per il loro sangue freddo e il loro coraggio: Ghino, da quel capo ameno che era, tra una scarica e l'altra, nel turbinio dello palle faceva un minuetto, destando unanimi sorrisi d'ammirazione… non dico di più, perché non si abbia a dire che l'amicizia ha potere di convertir noialtri scapati in società di mutua ammirazione; chi li ha veduti non potrà dire che come me: con loro fu ferito assai gravemente il nostro caporal furiere Pianigiani, giovinetto Livornese quasi bambino, ma che per fermezza poteva dar dei punti a un vecchio militare; il Mattei, guida pur egli, fu ferito a una coscia da un colpo di mitragliatrice, mentre si disponeva ad andare all'attacco.

Raggranello altri ragguagli del giorno innanzi: delle quindici guide che si erano mosse a piedi col tenente Ricci, due erano morte e sette ferite: il nostro deposito avea dato il suo contingente alla carneficina.

Nella nottata due nostri caporali, Luperi e Aribaud avevan fatto prigioniero il nipote del generale Werder, che si era addormentato in una casetta.

Mi si parla di un Romagnolo, Salvadore Caimi, che, giacente in letto all'ospedale, e dato per spacciato da medici, essendo afflitto da perfidissimo vaiolo, all'udire il cannone saltò giù, si rinpannucciò alla meglio, e corse in prima fila, ove morì, ma non colpito da palla: tutti hanno da raccontare qualche eroismo che hanno veduto, qualche atto di valore di cui furono parte: manco male, non avranno più il coraggio di dire che gli Italiani non si battono! I preti, strano a dirsi erano stati pel contegno loro ammirabili; alcuni signori dei paesi a noi vicini si erano mescolati ai soldati, ed alcuni erano caduti vittime del loro amore di patria. Se la perdita di molti nostri compagni ci faceva essere di malumore, ci era anche di che rifarsi la bocca!

Ci pongono in libertà, raccomandandoci di non scostarsi tanto dal quartier generale: approfitto di questo intermezzo per recarmi a far visita al ferito Stefani; la ferita era leggerissima, e lo avevano di nuovo portato nella sua casa, che serviva anche d'ambulanza. Ci trovai mio fratello, diversi della compagnia Genovese; tutti seduti intorno al fuoco facevano piani di guerra, discutevano i comandi del giorno avanti, rammentavano i morti, godevano ed erano sorpresi di averla scapolata e giuravano che fuoco indiavolato, come quello sotto Talant era più che impossibile, avesse di nuovo a farsi sentire. Vollero di riffa che io facessi una corrispondenza per un giornale di Firenze e tutti ci vollero mettere lo zampino…. immaginatevi che brodo lungo la venne a riuscire, e come mostrasse eloquentemente che chi la scriveva non era un Montecuccoli, nè un Napoleone…. pure ci sembrò un capolavoro di descrizione, una vera pagina di dottrina strategica… ci si contentava di tanto poco, dopo una batosta così indiavolata!