A interrompere la nostra ammirazione, capita in mezzo a noi, come una bomba, il Piccini; aveva l'amico un viso di tramontana da metterci i brividi addosso e non aveva torto; partito a bruzzico insieme al Baldassini per rinvenire il cadavere del suo già indivisibile Rossi, per quanto avesse frugato, gli era stato impossibile effettuare questo disegno; nelle sue investigazioni il giovine Garibaldino erasi spinto tanto in avanti, che si era in una strada incontrato con una squadra di Prussiani, che gli aveva fatto una scarica addosso, scarica alla quale con favoloso coraggio aveva risposto con due o tre colpi, rimanendo illeso proprio per uno di quei miracoli del caso che non si sanno spiegare. A quel che ci diceva, anche in quel giorno avremmo avuto battaglia sicura; confermò questa idea anche l'amico Mecheri, che andato a Fontain a restituire quel cavallo che si era appropriato il dì innanzi, aveva udito un rumore vivissimo di fucileria agli estremi avamposti. Bisogna confessare che queste notizie non furono accolte con molto entusiasmo da noi; quel giorno avremmo bramato di riposare;.. si riposò anche Dio, secondo i cattolici: ma pure se ci fosse l'ordine, se Garibaldi si fosse battuto, senza essere onnipotenti come il Dio dei Cattolici, noi eravamo tomi da cacciar la stanchezza e di fare quello che dovevamo fare. Andammo però alla prefettura.

Il cortile di questa dava l'esattissima idea del vestibolo del l'Inferno di Dante; non mancavano le diverse lingue, le favelle orribili, le voci alte e fioche di chi dava schiarimenti, di chi chiedeva informazioni, di chi narrava i fatti del giorno innanzi, nè mancò il suon di mani, quando comparve la nobile figura di Garibaldi sorridente più dell'ordinario. Montò in carrozza svelto, come ai suoi bei tempi e montò insieme con lui, secondo il solito, Basso. Ci salutò affettuosamente; poi ci disse: Oggi avremo vittoria. Parlò Spagnuolo con due o tre figli d'Iberia che erano poco distanti dal nostro gruppo, e si rallegrò con loro per lo splendido contegno che essi avevano tenuto il dì innanzi: poi i cavalli si misero al trotto, il generale si tolse il cappello in mezzo alle acclamazioni, e, partì seguito da alcuni ufficiali di stato maggiore. Aveva appena oltrepassata la porta che un colpo dì cannone ci annunziò che anche per quel giorno ci si era.

I Prussiani, mentre potevano attaccare Digione al Nord Ovest, la dalla Ferme de Poully, pianura senza la minima ombra di fortificazione, commettendo un'errore che non si sa comprendere nei vincitori di Sadowa e di Sedan, si ostinarono a tornare all'attacco di Talant, precisamente come il ventuno. La brigata Menotti avveva a sostenere adunque l'attacco e il degno figlio dell'eroe dei due mondi ebbe tutti gli onori di quella giornata; diverse compagnie di Franchi Tiratori e qualche pezzo d'artiglieria avevano durante la notte rinforzate le file che dipendevano da lui.

Le legioni Italiane rimasero in seconda fila; ma varii se la svignarono alla chetichella dai ranghi, e corsero tra il fischiar delle palle e l'imperversare della mitraglia, presentendo quasi che la vittoria annunziata da Garibaldi doveva avere la più ampia realizzazione.

I colpi dell'artiglierie si succedevano senza tregua: i cittadini non se ne addavano; quel giorno tutti avevan fiducia. Materassi e Polese erano al seguito del generale, io, Mecheri, Bocconi pigliammo a piedi la via e ci incamminammo verso Talant. Al principiar della strada incontra***MO il maggior Sartorio che provvedeva a che fossero presto recate a compimento molte barricate che s'inalzavano da operai, requisiti a tale scopo. Era una vera giornata di primavera: il sole era splendido, senza una nuvola il cielo: i due paesetti di Fontain e Talant, con le due vaghe colline, staccavano sul fondo azzurro del cielo e invitavano più a godere di quell'aria purissima, e ad inebriarsi in quell'oceano di luce che ad andare a scannarsi. Splendi pure, con tutta la potenza degli animatori tuoi raggi, o ministro maggiore della madre natura, oggi almeno rischiarerai il trionfo della Libertà!

A poco più di mezzo chilometro dalla città, vedemmo cinque o sei cavalli morti; da uno di questi si partiva una striscia di sangue, che, come la mistica colonna che guidò nel deserto gli Isrealiti, doveva guidare i nostri passi fino a Talant. A piè della scala di una casuccia, vedemmo steso morto un giovine Garibaldino; un campagnolo ci mostrò una lettera che aveva trovato nelle di lui tasche… era una lettera della sua mamma; la povera donna sperava di riabbracciare suo figlio nelle feste di Ceppo: la data di quella lettera era di novembre ed il giovine l'aveva tenuta sul cuore tutto quel tempo!

Arrivammo alle nostre batterie; il fumo impediva di poter scorgere ciò che avveniva nel versante a noi sottoposto; un ronzio impertinente di palle ci rendeva avvertiti che i nemici non erano molto lontani. Garibaldi, Menotti, Bizzoni, Sant'Ambrogio in quel momento eran là. Troviamo lo Strocchi che ci avevano dato per ferito, lo abbracciamo e si aggiunge con noi. Il Generale era sceso di carrozza, esaminava i tiri dell'artiglieria e dava consigli agli artiglieri. Uno di marina, che faceva il servizio ai pezzi, puntò due volte il cannone e fece due tiri ammirevoli: le nostre perdite erano fin allora pochissime e i nostri nemici, non che avanzare, perdevano di momento in momento terreno; allora fu comandata la carica alla baionetta.

I Franchi tiratori si lanciarono, come leoni, all'attacco: due zuavi li procedevano di qualche passo, agitando, a mò di bandiera, i guidoni delle compagnie a cui erano stati ascritti. Il momento era sublime! Il fumo si era dileguato ed il sole ripercotendo i suoi raggi sugli elmi dei nostri avversari, faceva apparire qua e là dei subiti guizzi di luce, da farteli scambiare per lampi. Un gridìo continuo, entusiastico, un prorompere di fucilate… eppoi i soldati di re Guglielmo, pestati, inseguiti colla baionetta alle reni, abbandonavano a rotta di collo il campo di battaglia, seminando il terreno di fucili, d'elmi, di feriti e di morti, e ritirandosi per tre chilometri buoni: tra gli altri trofei furono presi sette furgoni d'ambulanza del valore di circa novantamila franchi.

Il bravo colonnello Lhoste però, caricando arditamente alla testa dei suoi audaci Franchi Tiratori veniva mortalmente ferito. La battaglia era compiuta, la vittoria aveva sorriso all'indomito coraggio, allo slancio più che umano dei volontari della repubblica.

Tornammo subito indietro per annunziare la grata novella; quale non fu la nostra maraviglia, quando, fatti pochi passi dal campo, incontrammo delle signore che si erano spinte arditamente fino lassù; signore che infangavano nelle pozzanghere i loro stivaletti aristocratici e che ci salutavano sventolando i fazzoletti, sorridendoci con un'angelica grazia.