Non era gioia, non era entusiasmo quello da cui era presa Digione la sera del ventidue… era ebbrezza, delirio: a mezzo chilometro dalla città era già affollata la via; donne vecchi, ragazzi ci saltavano al collo, ci prendevano tra le mani la testa ci sollevavano dal peso delle anni, ci insegnavano l'un l'altro, gridando a squarciagola: Vive les Galibardiens, vive Galibardi, vive l'Italie. Ci portavano quasi in collo dal mezzo di strada nelle trattorie, e lì ci offrivano da bere, nè ci era versi di rifiutarlo; da ogni parte strette di mano, da ogni parte baci: «come sono giovani» si sentiva ripeter da una parte; son dei bravi soldati, si ripeteva dall'altra… oh! divini momenti, oh! dolci soddisfazioni di chi compie un dovere, capaci di riabilitare la persona più turpe, capaci di fare un eroe del più pusillanime.

Ma echeggia un grido potente, non interrotto, che fa rintronare da un capo all'altro la strada; le finestre si spalancano con forza; le vecchie, rimaste uniche in casa, si affacciano, si spenzolano, agitano le loro pezzole; un fremito nuovo di gioventù rianima quelle fibre affralite dagli anni: non è il vincitore d'ingiuste battaglie quello che passa, è l'apostolo delle cause giuste, è il propugnatore dell'umanità, è l'eroe leggendario, l'uomo incorrotto che con un pugno di ragazzacci fa retrocedere i soldati che han fatto tremare l'Europa… è Garibaldi.

—Viva Garibaldi—Gridano tutti, e popolani, soldati si buttano verso di lui, vanno quasi sotto i cavalli e le rote della carrozza: tutti vorrebbero stringergli la mano, tutti vorrebbero divorarlo dai baci!

—Gridate: viva la repubblica—Grida il buon vecchio—e non sa riparare a salutare, e sorridere.

I soldati che tornano hanno tutti un'elmo, un fucile preso ai Prussiani; un giovinetto ha un piffero e fischia un'arietta in mezzo agli applausi di tutti. Passano dei prigionieri; tutti gli guardano, ma nessuno alza un grido… il popolo sente la generosità per istinto! Per tutte le piazze è baldoria: per tutto si canta, si grida, si applaude: sulla piazza del teatro si da fuoco persino a dei mortaletti: la fiducia generale è rinata; gli elmi dei Prussiani coll'annesso parafulmine fanno le spese di tutta la sera; contento dell'oggi, nessuno cura il domani e tutti dimenticano l'ieri.

Si va a portare il fausto annunzio allo Stefani; sul principio credeva che si scherzasse: gli avevano nientemeno dato a bere che si trattava di fare una capitolazione e che i Prussiani si avanzavano verso Digione a marcia forzata.

Io era stanco morto: tutte quelle emozioni, tutte quelle fatiche mi avevano prostrato: mi pareva che la vita mi sfuggisse ed in camera del mio amico ferito ebbi un trabocco di sangue.

—O guardiamo, se dopo che ti han risparmiato la palle, vieni qui a far la morte della signora delle Camelie? Mi disse il Materassi, che non si reggeva più dalla fatica, essendo stato in giro tutta la notte, e a cavallo tutto il giorno.

—Non gli risposi, perché quest'ultimo incidente mi faceva uscir proprio dai gangheri. Cheto, cheto me ne andai e neppur mezz'ora dopo mi sdraiavo sul letto.

CAPITOLO XVI.