I versi hanno forma di ottosillabi; rimati, e piú sovente assonati, quelli pari; senza rima né assonanza i dispari. Se non che oggi questi ultimi son considerati da molti come semplici emistichi; e “certo è che non andavano nel canto staccati e soli, ma constituivano la prima parte d'una tipodia trocaica.„[1] La pensi il lettore in quel modo che gli par meglio.
La verseggiatura, che, quando mi venne fatto, usai nel tradurre le poesie contenute in questo volume, non dovrebbe agl'Italiani odierni apparire “strana e barbarica„ dopo l'ottimo saggio offertone da Giosuè Carducci nella sua versione, o piuttosto ricomposizione epica, del Don Beltran.[2] Non dovrebbe, ripeto; ma pur troppo ciò che nei maestri dell'arte è bell'ardimento, in altri è presunzione brutta e mal tollerata. Sento perciò un gran bisogno di raccomandarmi all'indulgenza delle persone discrete, se anch'io, “dopo l'audacia dell'accettare in italiano la serie monoritma, non dubitai di conservare l'assonanza, comunissima, del resto, nei canti del nostro popolo e non ignota alle rime degli antichi.„ La quale indulgenza non verrà, spero, a mancarmi, per aver inoltre, sempre confortato da un sí autorevole esempio, ardito trasporre l'accento di molti ottosillabi italiani, “ripensando come e quali ne canta il nostro popolo nei maggi; ripensando che Lorenzo de' Medici, Angiolo Poliziano e gli altri antichi autori di ballate ne scrivevano di cosí fatti:
Donne, venite a vedere—Donne, i' allevo un uccello—Fanciulle, siate invitate—Quando vedete un amante—Vagheggiano a' gonfaloni—Né macinano a raccolte—Ma io no 'l vo' però dire—Da me non sarai richiesta—Non ti sarà fatto torto.„
Questa, dunque, la verseggiatura, che quando mi venne fatto (dicevo piú sopra) usai nel tradurre: ma difficoltà gravi per sé, e che alla mia scarsa perizia furono insuperabili, mi costrinsero piú d'una volta a tenere altro modo, rimando e assonando come potei, con libertà che pare a me stesso eccessiva.[3] Confesso umilmente l'involontario peccato, nella speranza di aver meno severo il giudizio degl'intendenti.
Pochi son quelli che pongono mente all' errataquando è in fine dell'opera: ciò valga a scusarmi se mi è parso di metterlo qui a principio, importandomi assai di correggere alcuni sbagli di qualche rilievo incorsi nella stampa. A pag. 65, riga 25, le parole Cfr.Ferraro, Bernoni, Ive ed altridovevano esser ultime della nota quarta, ossia nella riga 32. A pag. 77, riga 22, in luogo di p. 176, leggi 174. Alla stessa pag., riga 24-25, dov'è scritto M. de laVillemarqué , Guverziou Breiz-Izel( Les Matelots), Paris, 1846, leggi Luzel , ecc., ediz. cit. A pag. 127, riga 24, ove dice non abbia a perire, tolgasi il non. Altri pochissimi errori di minor gravità non occorre notarli.
[1] Carducci, Nuova Antol., fasc. del 15 maggio 1881, p. 242-43.[2] Nuova Antol., fasc. cit., e Rime nuove, Bologna, 1887, p. 265-71.[3] Ciò mi accadde in quattro romanze, che sono: Conte Yanno, Il cacciatore, La pellegrina e Lo schiavo. La xacara La pastorella varia le rime anche nell'originale.
DON GAIFERO
( Dom Gayfeiros )
DON GAIFERO
( Dom Gayfeiros )[4]