Dove l'illustre uomo annota opportunamente:

“Il mito delle sirene, popolarissimo nella poesia greca e latina (V. Omero, Odiss. μ, 39-53; 158-209; φ, 306; Virgilio, Eneid. V ecc.) si perpetuò nelle tradizioni del medio evo, e nei numerosi canti e racconti intorno alle Nisse, alle Elfine, alle Ondine, alle Korrigan e alle Fate, fra cui fu lungamente popolare la celebre Melusina. V. Kastner, Les Sirènes. Paris, 1859; Roman de la rose; Roman de Brut, passim; i poemi italiani di cavalleria; Les pays basque, par Francisque Michel. Paris 1859, 334.—Il canto della sirena è spesso mentovato nella poesia popolare italiana. V. la raccolta di Tommaseo, Tigri, Marcoaldi, Pasqualigo ecc.„

Ecco in fine il ritratto che della sirena ci dà un bestiario pubblicato da P. Meyer, in Romania, 1872, p. 430; ritratto, come si vede, al tutto identico a quelli che ce ne lasciarono i classici:

“Sereine est de mer. j. peril: feme est part desus le lonbril, et poisons desoz la ce[i]nture. Tant chante bel que creature ne s'e[n] porroit pas sooler ne d'oïr le dòuz chant chanter ecc.„

In secolo assai piú vicino al nostro, quella gran testa quadra di Don Ferrante “sapeva a tempo trattenere una conversazione.... descrivendo esattamente la forma e l'abitudini delle sirene.„ V. Promessi Sposi, cap. XXVII.

Quando i portenti erano cosa piú che ordinaria, anche i pesci (gli uccelli è inutile dire) fecero mirabilia come virtuosi di canto. “E poi videro una fontana lunga e larga per spazio di miglia cinque, piena di molti pesci, li quali cantavano dí e notte... e era sí dolce canto, che lingua umana non potrebbe narrare. E poi videro l'arbore della gloria... lo quale arbore era pieno di uccelli piccoli; e aveano penne rosse come carbone di foco acceso, e parevano lucerne appese, e cantavano tutti ad una voce sí che parevano angeli del Paradiso celestiale. E cosí facevano a tutte ore del dí, e tanto era dolce e soave quello canto, che ogni mente umana si sarebbe addormentata;...„ V. Leggende del sec. XIV ( Del paradiso terrestre ), Firenze, 1863, I, p. 496-97.

[46] Cfr. La Tessitrice, canto ellenico: “E la fanciulla [uccisa] divenne canna, e il giovine [suicida] un cipressetto ecc.„ Tommaseo, op. cit., t. III, p. 64-68; La suocera omicida, ivi, p. 135; Marmier, Chants popul. du Nord ( Adeline, canto svedese), Paris, 1842, p. 213; Marcellus, L'amour au tombeau, op. cit., p. 212; Dozon, Chansons pop. bulgares ( L'amant déséspéré ), Paris, 1875, p. 391, ed ivi, p. 334, per la citaz. di un canto serbo e di altri canti scozzesi, brettoni, catalani, normanni, ecc. La stessa circostanza è in un canto rumeno, che per essere pochissimo noto in Italia, riporterò tradotto dal professore S. Friedmann e da me, sperando di far cosa grata ai lettori. Va col titolo L'anello e il velo, e dice:

I. C'era una volta, c'era una volta un figliol d'un re, giovine e bello come l'abete del bosco [47]sovr'alta montagna. Or ei tolse in moglie una fanciulla del villaggio, una fanciulla rumena, cara a tutto il vicinato, con faccia soave lucente, con persona tenera flessuosa come il fiore dei campi nella luce del sole. Ecco gli è giunta lettera grande [con ordine] di partire, di andarsene al campo. Nell'anima e' si duole, e parla cosí: “O cara mia, cuor mio, prendi 'l mio anello e mettitelo in dito. Se l'anello arrugginirà, sappi, o cara, ch'io sarò morto.„ “Dacché mi lasci in casa piangendo, eccoti 'l velo di seta, guarnito d'oro negli orli. Se l'oro si struggerà, sappi, o fratello, ch'io sarò morta.„ II. E' monta a cavallo e si pone in viaggio. Va fino a un luogo, dove accende un gran fuoco in mezzo del bosco, alla fontana del Corvo. Si mette la mano in seno, guarda il velo, e il cuor gli si spezza. “Cari amici, guerrieri miei, prodi figli di draghi, [48]statevi pur qui a banchettare e all'ombra sdrajatevi. Or io me ne vo, ché in casa ho dimenticato la spada arrotata sur una tavola verde.„ Torna addietro, ed ecco s'incontra in un bravo, [49]in un bravo su picciol cavallo. “Buona fortuna, o giovinotto mio bravo!„ “Che rechi? onde vieni?„ “Se brami, o signore, saperlo, ad altri potrebbe esser bene, ma è per te mala cosa ed amara. Tuo padre è córso, il paese tutto ha posto a soqquadro, finché ha trovato la tua bella, e l'ha gettata in uno stagno largo e profondo.„ “Tieni, o bravo, il mio cavallo, e menalo al padre mio. Se chiedesse ov'io sia, digli ch'io sono andato giú in riva allo stagno, e nell'acqua mi son buttato a ritrovare la fanciulla che amai.„ III. Il padre si tira dietro tutto il paese; asciuga lo stagno, e i due giovani trova insieme abbracciati, su la rena gialla prostesi; ambedue nel volto sereni, talché vivi parevano. Il re allora si pente; nella seta gli avvolge, in chiesa li fa portare, e in due casse li mette, casse belle da imperatore, sopravi lettere latine: e lui ha murato presso l'altare ad oriente, lei nell'atrio a occidente. E dalla tomba di lui è uscito, o fratello, [50]un abete verde coperto d'ellera, che pende su la chiesa; e da quella di lei una piccola vite fiorita pieghevole, che dall'alba alla sera alla chiesa si è abbarbicata e con l'abete confusa. Tuona, o Signore, e fulmina; tuona su chi tronca a mezzo il dolce e fervido amore d'un giovine e d'una fanciulla.

Alle piante cresciute su la sepoltura di amanti infelici, una canzone italo-albanese ( La ballata di Angelina ) attribuisce virtú miracolosa: “Andò a nascere un cipresso—là dove sepolto era il garzone;—e spuntò una vite bianca—là dove sepolta era la fanciulla.—Per sotto l'alto cipresso i feriti passavano:—prendevano foglie di cipresso,—e alle ferite le mettevano.—E sotto quella vite bianca—i malati andavano a passare;—prendevano gli acini della vite bianca,—e l'infermità guarivano.„ Camarda, Appendice al saggio di grammatol. comparata su la lingua alban., Prato, 1866, p. 113. In una delle piú antiche ballate inglesi ( Fair Margaret and sweet William ), dal cuore della fanciulla spunta un rosajo, e da quel dell'amante una rosa selvatica, che, al solito, cresciuti, s'intrecciano insieme; e il canto finisce con una scappatella burlesca: “Poi venne il cherico della parrocchia,—per dir la verità,—e disgraziatamente li tagliò;—altrimenti vi sarebbero ancora.„

Quanto all'origine di questa leggiadra fantasia popolare, convien ricercarla nella storia di Tristano e d'Isotta, che nel medio evo si propagò per quasi tutta l'Europa, e che procede visibilmente dalle metamorfosi mitologiche. Vedi Bossert, La litterature allemande au Moyen-Age, Paris, 1882, p. 298.—Ma dal cuore e sulle tombe di amanti sventurati, non soltanto sorgono fiori arboscelli ed altre maggiori piante. A mo' d'esempio, in certa novellina popolare russa raccolta dall' Atanasieff e citata dal prof. Prato ( Quattro novelline popolari livornesi, ecc., Spoleto, 1880, p. 105), su la tomba di due fanciulli barbaramente sgozzati dalla zia, spuntano un ramo d'oro e uno d'argento. Né si può legger senza ridere un canto serbo, che nel luogo dove una giovinetta innocente morí per man del fratello, fa saltar fuori di schianto non già fiori od alberi od arbusti, ma una chiesa a dirittura: non dice (peccato!) se col bravo suo campanile o no.