Il partito militare novatore della Serenissima, il fautore cioè delle milizie paesane in tutto e per tutto, aveva così vinta la propria tesi mentre la Repubblica moriva. Le novelle di Francia, i metodi rapidi e decisi delle guerre della Rivoluzione, i sistemi di leva in massa avevano spinta la loro eco fino alla città delle lagune. L'ultimo Savio di Terraferma alla Scrittura se ne era fatto persino il portavoce, unitamente al Savio uscito Bernardino Renier, a Francesco Gritti Savio alle Ordinanze in carica ed a Domenico Almorò Tiepolo Savio alle Ordinanze uscito, al tenente generale Salimbeni, e, tutti insieme—come si costumava per le deliberazioni di maggior rilievo—avevano proposto al Senato di adottare anche per l'esercito Veneto un sistema di reclutamento per coscrizione, con ferma triennale[136].
Un premio di due ducati doveva essere corrisposto subito agli estratti nelle rassegne delle cerne, il doppio a coloro che si offrissero spontaneamente alle bandiere. Ai nuovi soldati si prometteva oltre a ciò una licenza di almeno un mese all'anno, da fruirsi alle proprie case durante il periodo invernale, e più precisamente dal 1° novembre al 31 marzo. Al termine della ferma triennale gli inscritti dovevano ricevere un donativo di 18 ducati ognuno.
Questa fu l'ultima evoluzione delle vecchie cernide venete, conforme al concetto che presiede al reclutamento degli eserciti odierni. Per essa l'antico preludeva il nuovo, ed il passato di Vailate e di Rusecco avrebbe schiuso la strada ad una nuova serie di memorande imprese, se la Repubblica avesse avuto occhi per vedere e cuore per intendere. E Giacomo Nani, l'ordinatore delle nuove milizie paesane in battaglioni regolari vestiti ancora della fiammante divisa degli Oltremarini,[137] avrebbe eguagliato per certo la fama di Bartolomeo d'Alviano, se il popolo veneto che vide cadere la Repubblica come un lògoro e vecchio castello di carte da giuoco davanti alla furia di Napoleone Buonaparte, fosse stato pari in vigore e tenacia al popolo della Lega di Cambrai.
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Ma i tempi, i condottieri e le buone milizie non si improvvisano, perchè sono frutto dell'evoluzione lenta dei principi e, sopratutto, della rude esperienza individuale e collettiva. Epperciò la vecchia Repubblica doveva prima, perire e poscia rinnovarsi nell'anima del suo popolo.
In queste condizioni di fatto, il fermento delle nuove età ed i sintomi precisi e sicuri di un rinnovamento prossimo non potevano manifestarsi—anche agli occhi dei più apparecchiati a comprenderli—se non con contorni indecisi e mal definiti, come una linea di orizzonte ampia e nubilosa alla luce dalla prima aurora. Di tali sentimenti fanno fede alcune scritture dell'epoca, e specialmente è suggestiva una dovuta alla meditazione, più che alla penna, di un antico allievo del Militar Collegio di Verona discepolo del maestro Giambattista Joure, cioè il capitano del genio Leonardo Salimbeni, figlio del tenente generale comandante delle milizie venete concentrate a Verona:
«Mi sono fatto incontro al generale Buonaparte—dice quella scrittura—verso la città di Brescia. Tutte le terre ed i villaggi dello Stato Veneto per dove i Francesi si incamminano si mostrano pieni di spavento e di terrore. Gli abitanti si ritirano con i loro effetti nei paesi più lontani e lasciano deserte le case e le campagne. Ho sentito qualche soldato francese lamentarsi di questo (così lo chiamano) difetto di fidanza, epperciò io ho cercato di far cuore agli abitanti delle terre per le quali sono passato… I soldati francesi sono tutti giovani e volonterosi….. in una colonna forte di 20.000 uomini almeno non ne ho veduto alcuno che giungesse all'età di 40 anni. Erano molto allegri, cantavano di continuo canzoni repubblicane, e mi si mostrarono persuasi della capacità e del coraggio dei loro condottieri, lodando sopra tutto e levando al cielo il merito di Buonaparte. Fui assicurato da molti che quei soldati non disertano mai, da quelli infuori che temono imminente un qualche severo castigo. Infatti le loro marce senza le solite cautele per impedire la diserzione mi hanno persuaso che ciò sia proprio vero; ma non sarebbe forse così al caso che fossero battuti.
«Il vestiario di questi giovani soldati di fanteria consiste in un paio di calzoni lunghi di panno bianco, o di tela, in un farsetto di roba simile ed in una velada turchina, del taglio ordinario, fornita di mostre e di paramani bianchi. Hanno cappello in testa, buone scarpe, camicie proprie e grosse cravatte al collo. Gli artiglieri differiscono nel colore delle mostre e dei paramani, che sono di rosso. La cavalleria è meglio vestita, ma in varie maniere. Non si vede però alcuna eleganza di vestiario in nessun corpo di questa armata, nè l'uniformità e la proprietà osservata dalle truppe tedesche, sicchè si riscontrano molti soldati aventi i loro vestiti affatto lògori e coi gomiti fuori.
«La fanteria è armata di fucile leggero con una lunga baionetta e di una sciabla al fianco. La cavalleria al solito, ma con carabine più corte, ed è fornita di cavalli eccellenti. Gli artiglieri sono tutti a cavallo in vicinanza dei loro pezzi, il che rende quanto mai spedito il loro manneggio durante l'azione, sì volendo avanzare che in ritirata. Nella colonna che ho incontrata non eravi che artiglieria leggiera. Abbondano di pezzi da 8 del calibro francese e di obusieri da 8 pollici, sicchè hanno per questo conto un vantaggio grande sopra gli Austriaci i cui pezzi sono per la maggior parte di calibro minore.
«Un capitano mi ha permesso di esaminare i suoi pezzi e mi spiegò tutte le innovazioni delle nuove artiglierie di Francia.