Ma, più che altrove, questi primi saggi di coscrizione avevano incontrato grande favore sull'altra riva dell'Adriatico. «L'estensione della Dalmazia—diceva la relazione di un piedilista dall'epoca—la sua aperta e moltiplicata confinazione esigendo talora per l'indole dei finitimi uno straordinario aggregato di individui, anche per una sola occasione al servizio, così si arrolano ivi le colletizie, le quali sono più adatte di ogni altro per la loro nascita ed educazione a difendere i focolari ed il pubblico suolo. Armigeri per istituto, essi non hanno bisogno di annui esercizî che li addestrino come i sudditi della Terraferma e dell'Istria, ma cadono ben volentieri in stipendio per il solo tempo del servizio che fanno nel corpo delle colletizie sotto i loro ufficiali che, stipendiati con costanti tenuissime paghe, tengono una certa sopravveglianza sull'andamento dei sudditi della Sardarìa (o rispettivo contado), sono come accreditati e riveriti dalla popolazione e preposti al caso a dirigerla con paghe in tal caso corrispondenti al grado che dalla pratica è loro accordato per rientrare, tosto che cada la ragion dell'armo, nel consueto metodico loro piede»[129].
In quell'anno 1794 si ristabilirono pure le mostre generali, si completarono i ruoli sotto la responsabilità dei singoli rappresentanti e capi di provincia nonchè di 2 colonnelli delle cernide oltre Mincio ed in Terraferma e di 4 ufficiali dello Stato Generale all'uopo prescelti dal Savio alle Ordinanze, pure due per di qua e due per di là del Mincio; infine si ristamparono le norme della «Elementar istruzione ad uso delle cernide» edite nel 1763[130].
Sempre però ligio al concetto fondamentale dell'amalgama—da attuarsi cautamente e circospettamente—il Senato aveva prescritto di escludere al possibile i volontari dalle nuove coscrizioni, sia perchè il vocabolo aveva troppo sapore di giacobinismo, sia perchè ammettendo i volontari medesimi quella suprema magistratura temeva che l'istituto tradizionale delle cerne tralignasse con troppo rapida vicenda nel campo dei fautori delle nuove milizie.
Intanto su questo terreno delle mezze misure il tempo passava veloce. Scoccati due anni dalla coscrizione delle prime cerne con ferma biennale, nella primavera del 1796 convenne provvedere ad altre levate in Terraferma ed Oltremare[131]. I ruoli ben preparati dai merighi, o capi plotoni delle cerne, dovevano rimanere esposti nelle chiese per 8 giorni almeno prima della rassegna e del sorteggio, onde aprire l'adito ad ognuno di produrre i propri gravami, o titoli di esenzione. Per coloro che comunque avessero beneficiato di questi ultimi, il Savio aveva in animo di adottare una speciale tansa, o tassa militare alle ordinanze, sicchè riducendo i gravami personali allo stretto indispensabile, o magari sopprimendoli, il passo verso una coscrizione regolare e perfino verso una leva in massa sarebbe riuscito semplice ed agevole[132]. Ma il tempo per attuare tali riforme mancò.
Per questa seconda grande levata delle cerne il Savio alla Scrittura aveva promulgato non poche norme, da osservarsi scrupolosamente da tutte le cariche cioè autorità militari competenti. I drappelli dei congedandi della levata del 1794 dovevano essere riaccompagnati alle rispettive case da ufficiali: tutti i mezzi di trasporto oltremare dovevano sfruttarsi all'uopo, come tutte le lusinghe dovevano pure adoperarsi nell'intento d'indurre le cerne più volonterose ad assoggettarsi ad una riafferma con premio[133].
E ciò urgeva oltremodo. La proporzione delle cerne ai «regolati», causa l'inaridirsi delle fonti di reclutamento di questi ultimi, minacciava di far traboccare il piatto della bilancia a favore delle milizie paesane, ciò che se poteva sorridere ai novatori non poteva talentare per certo ai conservatori. Sicchè le riafferme mantenendo alle armi un certo numero di cerne che, sotto molti rispetti, potevano considerarsi come «regolati», dovevano funzionare quasi da vàlvola di sicurezza del sistema dell'amalgama.
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Le unità dei soldati permanenti, intristite dall'indisciplina, scheletrite dalle diserzioni, si fondevano infatti come neve al sole.
«Devo infatti far presente alla E. V.—scriveva il 16 febbraio 1796 il Savio alla Scrittura Priuli al Doge,—che presidiate essendo le presenti piazze e fortezze d'Oltre-Mincio compresa Verona da fanteria italiana, con teste 2712, artiglieri 173 e 1223 nazionali (Oltramarini), eseguito lo sbando tra giugno e novembre degli Istriani, delle Craine e delle Cernide Italiane levate nell'anno 1794, il totale delle pubbliche forze della Repubblica in Italia verrà a ridursi a 4 compagnie di invalidi—in tutto teste 327—che formano il presidio delle città di Palma, Udine, Treviso, Padova, Rovigo e Vicenza, a 7 compagnie di cavalleria ed a 325 invalidi Oltremarini disposti tra gli appostamenti del Lido, Istria e Padova, e finalmente a 24 compagnie di Nazionali formanti teste 789, tra il Lido e la Terraferma, oltre a 4 compagnie di cannonieri, con teste 141 ed Italiani attive compagnie 13, con teste 325. In tutti, teste 2187, che occorrer dovranno alle molteplici esigenze della sanità, biave, oltre le guardie, i dazi etc.»[134]
A questi estremi si era oramai ridotto l'esercito della Serenissima. Epperciò parlare ancora di amàlgama in tali frangenti come nella primavera del 1794 sarebbe stato follia, dal momento che l'esercito dei «regolati», il quale doveva funzionare da crogiuolo della fòndita, più non esisteva se non di nome: ostinarsi a mantenere un sistema di reclutamento che i tempi e le circostanze unanimi designavano per anacronismo, sarebbe stato lo stesso che chiudere le caserme per sciopero di soldati. Tutto questo avrebbe oltre a ciò contrariate le viste politiche della neutralità armata, «non sospetta, ma necessariamente richiesta dall'onore e dalla salute della Repubblica,», come aveva pubblicamente dichiarato in Senato Francesco Pesaro in una concione diventata poi memoranda[135].