Tra il 1770 ed il 1778 il reggimento crebbe di forza e migliorò d'assetto. L'istituzione del Collegio militare di Verona—avvenuta pressochè al tempo della creazione del primo nucleo stanziale dell'arma—doveva inoltre assicurare alla medesima una corrente continua di ufficiali, tratti dal miglior ceto della società veneta, convenientemente addestrati ed istruiti; uno stato maggiore insomma degno dei migliori eserciti e dei più bei tempi della Serenissima.
In sei anni di corso si studiava infatti nel Collegio la grammatica usando i libri di Fedro, i Commentari di Giulio Cesare e le Vite degli uomini illustri di Plutarco, il latino, il francese, le matematiche pure, tanto teoricamente che in pratica ed infine le matematiche miste, «quali sono adatte al matematico ed al fisico, abbracciando perciò la meccanica, la balistica, l'idrostatica, l'idraulica, l'ottica, la perspettiva, l'astronomia, l'architettura civile e militare, la nautica e la geografia»[145].
E poichè era «scopo principale dell'istituto di rendere i giovani, al possibile, perfetti nell'ufficio di artiglieri, di ingegneri e di battaglisti», così si doveva, oltre alle materie teoriche di cui sopra, «insegnare loro il modo di guerreggiare degli antichi, l'uso di accamparsi, la condotta delle mine, l'arte teorica e pratica dell'artiglieria ed il modo di guerreggiare presentemente in rapporto con gli antichi».
Nel piedilista del 1781 adunque il reggimento di artiglieria appare di già adulto. Esso contava 681 cannonieri suddivisi in 12 compagnie, quattro delle quali erano dislocate nei presidi di Levante, tre in quelli di Dalmazia e le rimanenti cinque in Italia. Dai diversi presidi poi si prelevavano in proporzione i contingenti necessari per il servizio delle navi armate in guerra. Alla disciplina, all'istruzione ed all'impiego dei cannonieri imbarcati sopravvegliavano a turno, due degli otto capitani del reggimento residenti a Venezia, l'uno a bordo della nave capitana, l'altro a bordo della galera provveditrice dell'armata, e ciò durante il tempo in cui la squadra teneva il mare, vale a dire ordinariamente dal giugno all'ottobre di ogni anno.
Il numero dei cannonieri imbarcati sulle navi era, di regola, di una ventina per ogni fregata e di una dozzina per ogni sciabecco. L'impiego delle batterie galleggianti verificatosi in quei tempi gloriosi per le imprese coloniali dell'Emo, richiedeva oltre a ciò uno speciale contingente anche per tali navigli, pari in forza a quello che si usava sulle fregate.
All'infuori di questi còmpiti essenziali del reggimento, di servire cioè sui pubblici navigli, esso funzionava da centro d'istruzione e da istituto di collaudo dei materiali dell'arma. Queste pratiche si eseguivano al tiro al bersaglio del Lido—l'antico palio dello splendore veneziano—dove si trovavano raccolti i falconetti ed i cannoni, in prevalenza del calibro da 12 e da 16, necessari per eseguire i tiri di prova, il saggio delle polveri e dei proiettili e per verificare la resistenza dei materiali. Pure al poligono del Lido si esperimentavano i prodotti della Casa all'Arsenal, l'officina classica delle armi, degli arredi e degli strumenti guerreschi veneziani, i letti o affusti da cannone, gli attrezzi e gli armamenti, e si collaudavano pure i lavori che l'industria privata somministrava alla Repubblica, specie i cannoni forniti dalla ditta Spazziani.
Le artiglierie e le munizioni—regolarmente apprestate per qualche tempo dalla detta casa mercantile—erano assoggettate al Lido ai prescritti tiri forzati, e così anche le canne dei fucili di nuovo modello, tipo Tartagna, fucinate a Gardone in Valtrompia, le armi bianche e da fuoco somministrate dagli stabilimenti metallurgici della Bresciana.
Infine, al Lido ed a Mestre, i cannonieri del reggimento si esercitavano nelle prove di traino con buoi e cavalli, e d'inverno si adoperavano per riconoscere lo spessore dei ghiacci al margine della laguna e nei canali navigabili, per determinare la capacità di transito dei veicoli sopra le superficî congelate.
* * *
Ma tutte le previdenze del sergente generale inglese Patisson e poscia dello Stràtico, nominato sovraintendente delle cose tutte all'artiglieria nel 1786,[146] coadiuvato dal capitano Buttafogo elevato alla carica di ispettore—non sarebbero state sufficienti per assicurare al corpo degli artiglieri veneti quel prestigio che essi toccarono alla caduta della Repubblica, senza l'opera del grande contemporaneo Angelo Emo.