Occorre perciò menzionare a questo punto i progressi della tecnica artiglieristica, realizzati per opera ed impulso dell'ultimo ammiraglio veneto.
Prima di lui la decadenza batteva il suo pieno nell'Arsenale e sulle navi armate. «Le sale di quel vecchio e grande edifizio—scriveva Giovanni Andrea Spada—erano adorne a pompa, non a difesa, nè v'era in esso quanto bastasse a l'armamento completo di tre reggimenti. I cannoni quasi tutti di ferro e non adatti agli usi della nuova arte della guerra, le palle in relazione…, le maestranze erano poi così svogliate, ignoranti e corrotte, che un operaio lavorava alle volte un solo giorno al mese».
Rimediò per primo a questa rovina il Patisson, spalleggiato dall'Emo, grande e geniale ammiratore dell'arte e della disciplina marinara e militare inglese, ch'egli vagheggiava introdotte a Venezie. «Le polveri nostre sono umide—dichiarava il Patisson al Savio alla Scrittura—e non si provvede a sostituirle che con altre ugualmente cattive… Le artiglierie impongono urgenti provvedimenti per rendere utili i pezzi che sono nelle cinque principali piazze di Oltremare, cioè Corfù, Cattaro, Zara, Knin e Clissa, e validi i pezzi destinati all'armo dei pubblici legni, nonchè all'attual sottile armata di 18 navi, 6 fregate, 5 sciabecchi, fissato con decreto del 1° agosto 1780… alla difesa dei forti della Dominante, per il treno di campagna e per le altre eventualità»[147].
Il noto contratto con la ditta Spazziani doveva ovviare alla gravissima crisi, unitamente ai provvedimenti organici adottati per l'arma di artiglieria, alla abolizione delle mezze paghe ai cannonieri meno abili ed al trasferimento degli inabili nel corpo dei veterani. Fu così possibile armare nell'estate del 1784 la squadra veneziana destinata all'impresa di Tunisi[148]; sforzo assai modesto se si riguarda il passato, ma tuttavia soddisfacente e lusinghiero se si considerano le critiche contingenze del tempo, le trascuranze e gli abbandoni degli istituti militari e marinari.
Nel seguente anno 1785 i cannonieri del reggimento artiglieria si distinguevano nel violento bombardamento della cittadella di Sfax. La bombarda Distruzione, nel combattimento del 30 luglio colpiva 31 volte il segno su 32 tiri, il 31 luglio 23 volte su 47, il 1° agosto infine 39 volte su 47. La bombarda Polonia il 1° agosto stesso colpiva 55 volte il nemico su 61 colpi lanciati. Il porto di Trapani—prescelto dall'Emo con sagace intuito militare e navale—per servire da base eventuale di rifornimento della propria squadra e delle artiglierie venete, ferveva allora di apparecchi guerreschi. Quivi si apportavano gli ultimi ritocchi alle batterie galleggianti protette, ideate ed allestite dal grande ammiraglio.
«La poca influenza delle navi—così egli lasciò scritto—sopra le batterie rasenti del molo, suggerì alla mia imaginazione un espediente alla prima apparentemente ridicolo… di formare cioè, con artificiosa connessione, clausura e rivestimento della unita superficie di due masse di venti botti, due zattere o galleggianti munite di un grosso cannone da 40 ciascuno… protetto da parapetti formati da una doppia riga di mucchi di sabbia… bagnata e rinchiusa da sacchi»[149].
Il 5 ottobre 1785 l'Emo, coadiuvato dai suoi cannonieri, impiegava per la prima volta due di tali batterie blindate galleggianti nel bombardamento della Goletta, «ed era molto cosa piacevole—scriveva un testimonio oculare—nel veder da tutti i lati cadere fulminanti le nostre bombe sopra la rinomata Goletta che, tutta fumante, mi sembrava un Vesuvio»[150].
Queste batterie galleggianti—migliorate in seguito ed accresciute di numero—ricevettero due cannoni ognuna, tra cui un obice, e quindi appresso anche un mortaio da 200. Al comando dell'artiglieria di ciascuna zattera blindata furono destinati due ufficiali del reggimento, e le zattere stesse si denominarono obusiere, bombardiere o cannoniere, a seconda del tipo dei pezzi che recavano a bordo.
Ma le imprese dell'Emo rappresentarono il canto del cigno della morente grandezza militare e navale dei Veneziani. Morto questi, il 1° marzo 1792, l'artiglieria veneta ripiombò nella sua rovina.
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