Indi appresso, rendendosi sempre più frequenti i casi di questo servizio cumulativo, particolarmente nelle province d'Oltremare, le meno desiderate e le più trascurate, «per lo stato di desolazione di tutte le caserme, opere interne ed esterne di fortificazione, ospitali, magazzini, depositi, cisterne ed altro»[177], il Savio alla Scrittura deliberò di meglio precisare i limiti della prestazione comune dei due corpi, e stabilì «che l'aiuto dovesse essere per l'avvenire reciproco, ma libero da ogni vincolo l'un l'altro»[178].

Il senso della disposizione non era molto chiaro. Rimase però inteso, in tanta indeterminatezza di forme, che gli ingegneri ai confini dovessero occuparsi più specialmente dei lavori stradali in genere, ed in ispecie delle vie del Canale del Ferro, di Venzone, di Gemona, di San Daniele, del Taglio Nuovo di Palma, della prosecuzione dei lavori in corso sull'Isonzo, a Porto Buso, nell'Istria, alli scogli di Tessaròlo, lungo la strada di Campara in Val Lagarina, nel territorio di Cremona e verso gli Stati del Pontefice; e che gli ingegneri militari dovessero dedicare di preferenza la loro attività ai lavori di carattere militare, cioè alle opere di fortificazione, ai castelli ed alle caserme[179].

Cosicchè, soltanto nel 1785, vale a dire dopo circa quindici anni dalla fondazione teorica del corpo degli ingegneri militari veneti, questo principiava ad avere un inizio di vita, assicuratagli da nuove cure e previdenze del brigadiere Lorgna, concretate nella riforma delle «Leggi, regole e scuole del Militar Collegio di Verona».

* * *

Era però troppo tardi. Rimediare al passato non era più possibile, tanto era grande ed irreparabile la rovina del presente. Tra il 1782 ed il 1783 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck, reduce da un lungo e fortunoso viaggio d'ispezione nei domini Veneti di Oltremare, così dipingeva al Principe il triste stato delle fortificazioni della Repubblica:

«Prima di ogni altra cosa—così scriveva il Moser—voglia V. E. consentirmi che, con il cuore veramente dolente, io mi lagni del deperimento nel quale attrovai quasi ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni dei domini d'Oltremare… specie della piazza di Zara, il più forte propugnàcolo della provincia di Dalmazia, e delle riflessibili mancanze e bisogni riconosciuti nelle sue interne militari fabbriche. Non mi sorprende però, Eccellentissimo Signore, le grandiosi somme che occorrerebbero per un general restauro di esse opere, bensì il riconoscere una grande parte dei danni medesimi portati dalla malizia degli uomini e per difetto di convenienti diligenze, che profittando delli primi intacchi in un'opera la riducono in consunzione in breve spazio di tempo, senza alcun riguardo nè timore. Tanto maggiore fu la mia sorpresa quando vidi considerabili mancanze in situazioni che sono alla vista delle sentinelle e degli stessi corpi di guardia. Il quartiermastro dovrebbe essere uomo di fermissima attenzione ed attivo, avere registri esatti ed accompagnare gli ingegneri nelle visite che essi dovrebbero fare…. ma invece nulla avviene di tutto questo. Manca il ponte che traversa il fosso capitale della piazza di Zara alla porta di Terraferma, unica comunicazione con il continente, e per conseguenza la sola parte per la quale si può entrare in Zara da tutta la estesa provincia, per la via di terra; è rovesciato il molo dalla parte di mare. Vi si rimediò con un ponte provvisionale, ma è bisognevole di restauro, ed il molo è sfasciato dalla violenza delle onde»[180].

Nè in migliori condizioni di Zara—la Venezia della Dalmazia—erano le altre piazze e castelli del littorale e dell'interno: «Spalato—soggiungeva l'ora detta relazione—ha una situazione stupenda per sè. L'imperatore Diocleziano vi eresse il suo palagio ed ha per appoggi il castello di Clissa per proteggerne il commercio verso l'interno e quello di Sign[181]. Ma Spalato è ora in decadimento ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano. Vale perciò meglio per lo Stato di stabilire colà i soli depositi generali di munizioni da bocca e da guerra, e fidarsi meglio degli appoggi di Clissa e Sign, però bene appropriati.

«Per Sign, fu il veltz-maresciallo Schoulemburg che dimostrò la necessità di fortificarla fino dal 1718. Ma il piano non ebbe seguito, e la Repubblica parve allora contentarsi di fortificare, Clissa e Dernis ed il passo di Roncislap, sulla Kerka[182]. Infine, nel 1752, furono fatti pochi lavori a Sign… ed a Spalato non furono toccate che poche rovine del vecchio forte e nulla più. Eppure Sign è luogo di confine, vi si fermano le carovane dei Turchi prima di scendere a Spalato e vi è una caserma confinaria.

«Clissa è disposta sull'erto di un greppo che domina il solo passo per il quale, da Sign, si può entrare nel contado di Spalato. I recinti della fortezza sono in buono stato e, con piccole aggiunte alle opere attuali, si potrebbe ridurre quel posto molto forte. Clissa è provvista di conservatorî da acqua (serbatoj), requisito assai necessario per una piazza di guerra in queste regioni. Qualche ristauro vi è però necessario, acciocchè possano contenere quest'ultimo elemento nella qualità e nella quantità indispensabili… Occorrono però ristauri anche sulla strada di Sign, per Clissa, fino a Spalato[183]. In questa strada, a quattro miglia circa da Spalato (dove sono ancora alcuni residui della città di Salona) è fissato un appostamento per una compagnia di Dalmatini (Oltramarini), il cui quartiere è però così miserabile che opprime lo spirito entrando nel medesimo».

Proseguendo nel triste pellegrinaggio, dalla Dalmazia alle terre Levantine, le tinte del rapporto Moser si fanno ancora più fosche, come che la vita pubblica veneta scemasse di vigore e di calore a misura che si allontanava dalla Dominante e dalle province a questa più vicine. «A Corfù—continua la ricordata relazione—le opere sono tutte ingombre, i parapetti rovesciati, disfatte le embrasure (feritoie) … sicchè confesso che grande fu la mia sorpresa nell'attraversare tanta rovina. A Cerigo ed Asso, la medesima desolazione. Quivi i N.N. H.H.[184] rappresentanti, nelle loro abitazioni, sono appena riparati dai raggi solari ed il vento e la pioggia entra per ogni parte. Gli ufficiali di Cerigo pagano alloggio di casa, essendo atterrate quelle che loro servivano da ricovero; i soldati sono pessimamente posti nei corpi di guardia. Ad Asso infine tutte le fabbriche militari sono in rovina. Le condizioni del forte di San Francesco di Cerigo… mi hanno poi fatto rabbrividire, ed invoco provvedimenti per il decoro del Principato. Li otto pezzi che quivi sono nella casa di San Nicolò, 3 da 30 e 5 da 20, sarebbe più decoroso che fossero interamente a terra, piuttostochè vederli appoggiati sui fracidissimi rottami dei loro letti (affusti).