«I soldati travagliatori avranno la paga di soldato di fanteria italiana, più una diaria di cinque gazzette[188] nei giorni di continuato lavoro, onde possano procurarsi una nutrizione adatta alle fatiche: ai capi-squadra saranno corrisposte dieci gazzette. Il vestiario dei travagliatori deve esser fatto dal Magistrato sopra Camere[189] e di due in due anni loro somministrato, giusta il modello che l'esattezza della conferenza assoggetta, e che si rileva corrispondere in un sessennio al valore di quello usato dalla truppa italiana»[190]

Tale fu l'ordinamento del corpo di travagliatori Veneti suddiviso in due compagnie: una destinata ai lavori di Levante, l'altra a quelli della Dalmazia[191]. È chiaro adunque che l'idea di istituire un corpo del genio militare era ben lungi ancora dalla mente dei governanti veneti nel 1785. E come non bastassero ad attestarlo le espressioni del senatoconsulto ora citato, v'ha ancora il libro dei Doveri del Corpo dei Travagliatori, pronto a ribadire tale concetto. A custodia delle principali residenze delle due compagnie—cioè la Cittadella di Corfù ed il Forte di Zara—erano stabiliti dei grossi picchetti di guardia, ciò che dinota la condizione molto simile a quella dei forzati in cui erano tenuti i componenti del corpo.

L'anzidetto libro dei Doveri[192] specifica ancora meglio tale condizione pressochè ergastolana dei travagliatori quando prescrive che, «a far parte di diritto dei detti corpi sono chiamati quegli individui che, dai varî tribunali, uffizi, magistrati e reggimenti, vengono condannati a servire nella truppa. Non possono però introdurvisi gli individui rei di gravi delitti ed infamanti, nè incapaci al lavoro… Dietro parere delle primarie cariche delle province di Oltremare e del Savio di Terraferma alla Scrittura, si possono altresì condannare a servire nei corpi dei travagliatori quei soldati che si mostrassero di mal costume, o indisciplinati, o che meritassero almeno due anni di correzione. Spirati questi due anni e non dando i soldati segni di ravvedimento termineranno quivi l'ingaggio. I ravveduti termineranno invece lo ingaggio nella truppa dove saranno nuovamente trasferiti».

I travagliatori non erano adunque che tristi soggetti allontanati dall'esercito, e la cura di liberarnelo al possibile primeggiava sopra ogni altra, ad onta della rovina delle fortificazioni veneziane e della fosca dipintura del sopraintendente Moser. Fu soltanto pochi mesi prima della caduta della Serenissima che il generale Stràtico richiese effettivamente al Savio alla Scrittura di istituire un corpo del genio militare, con attributi e còmpiti da arma nel senso moderno; «formando finalmente un corpo di guastatori, istrutto nella costruzione dei trinceramenti ed opere campali sotto la direzione degli ufficiali ingegneri e nella gittata dei ponti per il passaggio dei fiumi. Così ad ogni comando nulla verrebbe a mancare, tanto per muovere la truppa contro l'oste nemica che per assicurarle una forza superiore alla medesima».

Ma lo Stràtico scriveva così soltanto il 20 luglio 1796[193].

CAPO VIII.

La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed il riparto difensivo e territoriale. I veterani.

Le glorie della cavalleria leggera stradiotta erano sfiorite da gran tempo. I fieri cavalieri albanesi—o cappelletti—al soldo della Repubblica, vestiti di abiti succinti, armati di piccolo scudo, di lancia e di spada, che avevano empito delle loro fulminee gesta i campi d'Italia nel Cinquecento, si erano a grado a grado ammansiti. Avevano dapprima smussate le unghie, poscia ripiegate le zanne e si erano da ultimo confusi e perduti in un largo innesto nei più miti cavalleggeri Dalmati e Croati. L'essenza dell'arte del combattere leggero alla stradiotta, fatto di balenare d'incursioni, di tagli ratti e violenti inferti sul corpo greve dell'avversario, di solchi sanguigni e profondi vibrati sulle terre devastate dalla loro rapacità, era esulata altrove sotto forme più disciplinate e conformi al diritto delle genti, specie in Francia, dove si era raccolta e tramandata, con qualche sapore di venezianità, sotto le insegne del reggimento cavalleggeri Royal Cravates[194].

A Venezia rimase, come di tutto il bello ed il buono del passato, soltanto l'eredità delle memorie. Trascorso il periodo delle grandi guerre e delle lotte di conquista, nelle quali la cavalleria stradiotta con il suo rapido dilagare parve quasi il simbolo e l'arma per eccellenza; ripiegatasi la Serenissima in sè medesima, la cavalleria divenne nell'esercito veneto un'arma esotica. Si restrinse cioè al modesto compito di milizia addetta alla custodia dei confini, alla scorta dei convogli di privative dello Stato[195] e delle reclute, alla guardia d'onore delle missioni e delle alte cariche governative; dedicò infine il proprio servizio al mestiere di staffetta lungo le principali rotabili, per trasmettere con qualche celerità lungo di esse le ducali e gli ordini più urgenti del Savio alla Scrittura.

Sotto questo riguardo adunque la cavalleria veneziana prese la veste di un pubblico servizio e si spogliò delle caratteristiche di arma combattente.