E le compagnie della cavalleria veneta a quel tempo, «detratti gli ufficiali, bassi-ufficiali, camerata (attendenti e piantoni di scuderia) selleri, forier e marescalco, che non fanno servizio…» si erano ridotte a soli 27 cavalieri ognuna[204],
Intorno a questo medesimo tempo l'arma si suddivideva in due reggimenti di croati, in uno di cavalleria dragona ed uno di cavalleria corazziera. I reggimenti di croati e di dragoni avevano la forza di otto compagnie ciascuno, quello di corazzieri ne contava solamente sei.
Le compagnie di dragoni, croati e corazzieri, accoppiate due a due, formavano uno squadrone agli ordini di un sergente maggiore.
I corazzieri, per vecchia tradizione nobilesca, costituivano anche nella cavalleria veneta la milizia a cavallo più pregiata e ragguardevole, e la legge di Ottazione assicurava ai loro graduati alcuni privilegi in confronto agli altri graduati della Serenissima[205]. I dragoni erano destinati a combattere occorrendo anche a piedi ed erano perciò armati di moschettoni[206]; i croati infine formavano la cavalleria leggera.
Sulla fine della Repubblica era sopraintendente dell'arma il già colonnello delle corazze conte Giulio Santonini. Quando questi fa elevato alla suprema carica della cavalleria veneta (1788) con l'anzidetto titolo di sopraintendente e con il grado di sergente maggiore di battaglia, il Santonini contava 52 anni di servizio e 67 di età, dedicati in massima parte al pubblico servizio nelle guarnigioni di Dalmazia e di Levante[207].
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Il grande frazionamento delle truppe venete, le loro unità stremate di gregari e decrepite nei quadri, il servizio anfibio che esse prestavano tra terra e mare, tra le frontiere turchesche e le isole sperdute dell'arcipelago ionico, rendevano assai rare le occasioni utili per stabilire contatti reciproci di cameratismo, per affinare il senso dell'arte, per esercitare insomma le truppe medesime in nuclei di qualche rilievo, conforme a quanto si usava a quell'epoca nei campi di manovra di Francia e dell'Impero. Richiamate poi a nuova vita le cerne nel 1794, con il loro innesto nei riparti di soldati del vecchio piede le unità si rinsanguarono alcun poco, sicchè le compagnie anemiche dei fanti italiani ed oltremarini, da una trentina di soldati appena salirono in media a circa il doppio.
Si presentava allora propizia l'occasione per addestrare le truppe venete in qualche simulacro di campo o di manovra, ed il tenente generale Salimbeni—il tacciato di giacobinismo nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato—la colse ben volentieri a Verona, là dove, sulla fine del detto anno, si trovavano raccolti ben 2507 tra fanti e cannonieri, con 326 tra dragoni e croati[208].
«Il capitanio di Verona (Alvise Mocenigo) come pure il tenente generale Salimbeni—così diceva una relazione del Savio al Doge—si mostrano molto soddisfatti dei progressi della guarnigione nei campali esercizî, ad onta del tempo non lungo scorso dalla prima raccolta delle cernide e di qualche rèmora nelle successive. Nè per essere di già terminata la stagione delle campali evoluzioni[209] si introdusse l'inazione nella piazza. Mentre quel comandante delle armi profitta di questa stessa circostanza per stabilirvi il giornaliero servizio, senza tenere di soverchio occupata la truppa che gode di altrettanto riposo e coglie sempre le buone giornate per esercitarle anche riunite in corpo, il medesimo si propone alla ventura primavera di eseguire anche col presidio qualche evoluzione di tattica»[210].
Le buone intenzioni avevano adunque fruttato qualche cosa. Più tardi, nel luglio del 1796, il sergente generale conte Stràtico—il fautore di una artiglieria veneta da battaglia leggera e manovriera ed il riformatore del regolamento di esercizi per le fanterie italiana ed oltremarina—riaffermava ancora la necessità di queste manovre d'assieme, nella premessa al ricordato regolamento e nel carteggio che esso diede luogo tra lo stesso Stràtico ed il Savio di Terraferma alla Scrittura in carica.