Con la visione oramai netta e precisa della patria violentata sul margine delle lagune—come al tempo della guerra di Cambrai—quel generale vagheggiava la costituzione di alcuni campi stabili sotto ai forti di San Pietro in Volta e di Malamocco, presso i trinceramenti della Motta detta di Sant'Antonio e presso il Lido, allo scopo di formarne una scuola d'armi e d'armati sempre pronta ad ogni evenienza, sempre desta ad ogni minaccia; di apparecchiare insomma un buon istrumento di difesa per Venezia e per l'estuario. Giacomo Nani, con il prestigio del suo nome, con la profondità delle sue dottrine, con il suo patriottismo illuminato, aggiungeva a questi disegni forza e decoro.

«È bene—scriveva lo Stràtico—che si radunino al più presto assieme queste truppe e siano messe sotto le tende, come nella ultima neutralità[211] al tempo del maresciallo Schoulemburg. Tale metodo è poi molto utile nel formarsi in battaglia, nel marciare fuori dei campi per qualche lungo tratto interrotto da fossi, da siepi e da altri impedimenti, e finalmente per eseguire le grandi manovre. Da questo primo passo dello attendamento è facile condursi poi a quegli altri che formano la catena continua delle militari istruzioni; vale a dire nel rendere in pari tempo ed in unione con la fanteria esercitati gli artiglieri nella disposizione e nello esercizio dell'artiglieria di corpo e del treno da campagna, di cui dovrebbero essere forniti i progettati accampamenti, come anche la cavalleria che vi si volesse assegnare sia nei finti assalti che in foraggiare, scortare convogli e bagagli… Quanto poi riflette questa ultima arma, il maresciallo Schoulemburg era del parere doversi armare i lidi di Venezia,[212] specie i dipartimenti di Pellestrina e di Chioggia, con buoni corpi di cavalleria per impedire gli sbarchi ed appoggiare occorrendo quelle milizie che, da Venezia, fossero spedite in Terraferma. Converrebbe quindi chiamare a questa parte almeno quattro compagnie di croati, aumentando però la loro forza attuale fino a cento teste, formare con esse tre buoni squadroni (di due compagnie ognuno) ed aggiungervene un quarto di cavalleggeri». Così, mentre la Serenissima stava agonizzando, si istituirono in tumulto gli ultimi campi di manovra dell'esercito Veneto, sicchè essi uscirono alla luce del sole come nati-morti.

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Il riparto militare della Repubblica comprendeva i quattro dipartimenti territoriali d'Italia, di Dalmazia, del Golfo e del Levante. I tre ultimi, per essere d'oltremare, avevano stretta correlazione con la suprema magistratura politica, civile e marinara di ciascuna provincia (i provveditori generali). Il primo dipartimento invece, quello d'Italia, non avendo normalmente tale analogia di forme e di reggimenti—a meno che speciali circostanze politiche non consigliassero di nominare anche colà un provveditore—esercitava la propria giurisdizione per mezzo dei capitani e dei podestà.

Nel riparto di Levante[213] primeggiava l'isola di Corfù, per la sua posizione geografica e per il ricordo degli ultimi fasti di guerra della Serenissima (1716) indivisibilmente congiunti alla strenua difesa del maresciallo Schoulemburg. E la fortezza corfiotta nel 1796 contava ancora sui rovinati rampari ben 512 bocche da fuoco di varia specie e calibro. Dopo Corfù, in ordine d'importanza, si contava Santa Maura (Levkàs) cui pendevano di continuo sul capo come scimitarra gli orrori delle incursioni turchesche; Zante (Zakynthos) la boscosa e feconda per i pingui pascoli, assai mal guardata dai suoi 21 cannoni barcollanti sugli affusti tarlati; Prevesa la cittadella perduta in fondo al promontorio aziaco, ricca di gloria romana ed anche un poco orgogliosa per la recente fortuna dei Veneti[214], guardata da un pugno di soldati macilenti per i miasmi dell'acquitrino ambracico. Venivano ultime Vonizza, l'isola di Cefalonia con il presidio di Asso, e li scogli perduti di Cerigo e Cerigotto.

Nel contado delle Bocche, cioè in parte della giurisdizione del Golfo, aveva il primo posto la fortezza di Cattaro con 153 cannoni, compreso l'armamento del Forte Spagnuolo di Castelnuovo[215], quello del castello di Budua e degli appostamenti di Zupa e del contado dei Pastrovicchi. Frequenti erano le relazioni politiche e commerciali dei governatori delle armi di queste due ultime fortezze con l'attiguo territorio dei Montenegrini e dei pascià dell'Erzegovina[216].

Il riparto di Dalmazia aveva per capoluogo Zara. Non minore importanza
dopo questa città avevano i castelli di Knin, di Sign, di Spalato, di
Traù, le opere di Sebenico, quelle di Almissa e di Imoschi.
Nell'Istria Veneta primeggiava infine Capodistria armata con 12 pezzi.

Tra le piazze forti d'Italia aveva grande fama Palma, o Palmanova, retta da uno speciale magistrato militare.

Il numero dei castelli e delle fortificazioni di Venezia e dell'estuario era assai grande, e tale si trasmise pressochè in integro, attraverso le dominazioni francese ed austriaca, fino al 1848. Tra le opere più notevoli si contavano, al tempo della caduta della Repubblica, quelle del Lido, di Campalto, della Certosa, di San Giorgio Maggiore, della Motta di Sant'Antonio, del Maltempo, di San Pietro in Volta, degli Alberoni, di Chioggia, di Bròndolo, del Castello di Sant'Andrea, di San Giovanni della Polvere, di San Giorgio in Alga; oltre una folla di opere minori, batterie, trinceramenti, ottagoni, palizzate ed appostamenti[217].

Sugli spalti di queste opere di Venezia e dell'estuario risultavano collocate in complesso 2471 bocche da fuoco, comprese le disponibili nell'Arsenale.