Caposaldo della difesa di Terraferma era la fortezza di Verona. In essa si notavano il castello di San Pietro e quello di San Felice,[218] entrambi ricchi di solide muraglie, di torricelle, di opere a corno e di terrapieni d'ogni maniera, demoliti in buona parte in forza del trattato di Luneville nel marzo 1801; Castel Vecchio di remota costruzione Scaligera[219] con grossi parapetti, feritoie sui piloni del classico ponte e merlature, opere deturpate anch'esse in virtù del detto trattato; e la cinta murata con le numerose porte, cortine e bastioni illustrati dall'arte del Sammichieli. Minore importanza avevano infine la piazze di Legnago e di Peschiera—recentemente sistemate nei fossi acquei e nelle mure dal colonnello Lorgna—il castello di Brescia, le opere di Orzinovi (Orzi-Novi), di Crema, di Àsola, di Pontevico e di Bergamo.
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L'alta giurisdizione territoriale militare sui riparti di Levante, Dalmazia, Golfo ed Italia, era esercitata dai rispettivi sergenti maggiori di battaglia, secondo i turni dei quali si disse più sopra. Il comando effettivo delle fortezze competeva invece ai singoli governatori delle armi, suddivisi in alquante categorie a seconda dell'importanza delle fortezze medesime.
Ai governatori delle armi spettava un certo numero di lance spezzate costituenti una piccola guardia del corpo. Successivamente però questo diritto andò modificandosi e si trasformò, sul finire della Repubblica, in una specie di indennità di carica da corrispondersi in contanti.
A questi governatori delle armi nelle fortezze d'Oltre mare incombeva un còmpito assai spesso difficile e pericoloso. Quello cioè di servire da ago della bilancia in mezzo alla violenza delle passioni politiche delle genti contermini, e da scudo contro le incursioni e le depredazioni delle vicine tribù turchesche. E l'uno e l'altro ufficio essi dovevano assolvere con dignità e con fermezza, quasi sempre con scarsissimi presidi, con armi spuntate e rugginose.
In quest'opera giovava ancora alcun poco il bagaglio delle antiche memorie e del vecchio prestigio repubblicano rinverdito dopo le campagne del 1716-17, ma più che tutto valeva l'intreccio dei vincoli politici, sociali e feudali, solidamente ribadito dalla Repubblica nei domini d'Oltremare tra i suoi stessi rappresentanti ed i maggiorenti delle terre. Così, con fine accorgimento, la Serenissima soleva scegliere non pochi dei governatori delle armi delle principali fortezze di Dalmazia e di Levante tra gli ufficiali superiori degli Oltremarini, vale a dire tra i conterranei medesimi; sicchè, per tale riguardo, le genti entravano di leggeri in una tal specie di convinzione di godere una autonomia propria, convinzione che gli istituti repubblicani rafforzavano e corroboravano. Il crogiuolo delle milizie regionali oltremarine serviva così da elemento unificatore, da valido intermediario tra le libertà cantonali d'Oltremare ed il potere centrale repubblicano, da scuola d'armi insieme e di pubblici poteri dalla quale il dominio veneto usciva rafforzato e popolarizzato. Le migliori famiglie dalmate quivi dovevano acquistare i titoli per l'esercizio del governo sui conterranei, in nome della stessa Serenissima, e questo automatico ricambio di uomini e di reggitori raddolciva le suscettività individuali e collettive delle municipalità dalmate e le cointeressava agli accorti fini politici della Repubblica.
Nelle principali fortezze i governatori delle armi erano inoltre coadiuvati dai così detti maggiori alle fortezze, tratti in buona parte dal corpo degli artiglieri, con incarichi esclusivamente sedentari. Non mancavano però degli strappi a tale consuetudine circa il reclutamento di questi ufficiali, e tra gli altri merita particolare rilievo quello che si verificò nel 1794 quando—nell'assoluta impossibilità di trovare un posto agli ufficiali promossi per merito di guerra da Angelo Emo—convenne trasferirli appunto nel personale delle fortezze, senza riguardo di sorta all'ufficio ed all'arma di provenienza.
I còmpiti di questi ufficiali alle fortezze erano assai simili a quelli che, sotto la Francia del vecchio regime, erano attribuiti ai majors ed agli aides majors généreaux des logis[220].
Poche parole rimangono da dire intorno alla dislocazione effettiva delle truppe venete. I documenti più autorevoli in materia sono per certo i «Piedilista generali di tutte le pubbliche forze» compilati all'Inquisitorato sull'amministrazione dei pubblici ruoli. Codesti specchi, che servivano di base ai càlcoli relativi alla forza bilanciata dell'esercito della Repubblica, comprendevano gli effettivi sotto le armi, gli aumenti e le diminuzioni dei fazioneri in confronto del periodo di tempo immediatamente precedente, gli amassi o risultati delle nuove leve, i cassi o congedati per compimento d'ingaggio o per inabilità fisica, i fuggiti o disertori, i morti, i passati di riparto o trasferiti ad altra sede, ed infine i realditi, o condannati la cui pena era sospesa momentaneamente per revisione di processo[221].
Le modalità di tali piedilista erano tassativamente fissate dalle Terminazioni degli Ill.mi ed Ecc.mi Signori Inquisitori sopra l'amministrazione dei pubblici rolli[222], e ad esse si dovevano uniformare tutti i comandanti di truppa nello intento di evitare brogli, peculati e tentativi di frode per via dei passavolanti[223]. Epperciò ogni ufficiale, sulla propria fede di uomo d'onore, doveva redigere la copia del rispettivo rollo, o riparto, da trasmettersi quindi agli inquisitori competenti, vidimata dalle autorità superiori. Analoghe pratiche si osservavano per le truppe imbarcate sui pubblici legni, disposte a guardia di lontani presidi e negli appostamenti. I sergenti maggiori di battaglia, i capi dei riparti territoriali, gli aiutanti di reggimento e di battaglione, dovevano sorvegliare con somma cura la compilazione scrupolosa dei piedilista, che si trasmettevano all'Inquisitorato semestralmente prima dell'anno 1790, ed annualmente dopo di quell'anno[224].