La circostanza che un buon nucleo di truppe venete si trovava raccolto sotto Verona, e che il generale Salimbeni ed il governatore delle armi di quella città avevano cominciato ad esercitarle in simulacri di esercitazioni e di manovre, si presentava assai propizia per compiere le necessarie esperienze della riforma dei regolamenti.

Nella primavera del 1795 una commissione composta dal detto generale Salimbeni, dal sergente generale Stràtico e da altri ufficiali inferiori, compiva infatti la prima metà dell'opera, cioè quella della revisione della parte formale dei regolamenti tattici dal titolo «Esercizi personali per gli Uffiziali, bassi-uffiziali e soldati della truppa veneta», e la presentava al Savio di Terraferma alla Scrittura Iseppo Priuli con una dotta relazione a corredo, acciocchè questo magistrato la rassegnasse a sua volta al Doge.

La relazione faceva riserva, «che i detti benemeriti ufficiali Salimbeni e Stràtico avrebbero fatta successivamente completa produzione anche della seconda parte dell'opera… la quale abbracciar deve i movimenti dei corpi, così avendo essi creduto di dividerla per maggiore facilità e chiarezza»[236].

Questa prima parte del regolamento che vedeva allora la luce comprendeva adunque il maneggio del fucile del modello Tartagna, i movimenti con la bandiera per gli alfieri, con la spada per gli ufficiali e le varianti ed aggiunte per la fanteria oltramarina. Nel proemio si esprimeva il voto, «che il libro venisse stampato in entrambe le lingue italiana ed illirica, due essendo le nazioni con differente linguaggio che hanno l'onore di servire Vostra Serenità», e prometteva di estendere gli studi e le esperienze anche alla cavalleria, «la quale ha eguale e forse anche maggiore bisogno della infanteria di regolazioni nello esercizio non solo, ma anche nella tattica, usando ancora quelle che furono estese fino dal secolo passato dal generale Stenau».

Ispirandosi a modernità di concetti, «come si deve» ed alle «nuove pratiche introdotte ed usitate dalle nazioni più agguerrite», i compilatori del nuovo regolamento esprimevano da ultimo la fiducia che la «nazionalità veneta potrà, con esso, diventare mirabilmente istrutta».

Le nuove ordinanze conservavano la formazione della fanteria su tre righe, ponevano in rilievo la sempre crescente potenza del fuoco e procuravano di disciplinare l'urto. Semplificavano oltre a ciò—nei limiti del possibile—il maneggio dell'armi ed assottigliavano d'alcun poco il pesante bagaglio delle evoluzioni, delle marce, delle contromarce e delle colonne d'attacco.

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Per eseguire i movimenti con la spada, oramai definitivamente sostituita alla picca fino dall'anno 1790[237], gli ufficiali dovevano prendere la posizione di attenti, epperciò essi dovevano: «impiantarsi con la vita dritta, petto in fuori, capo alto, tacchi tra loro distanti di due dita, punte dei piedi in fuori, ginocchia tese, braccia pendenti al naturale in giù, cappello che riposi sopra le ciglia ma voltato un poco verso sinistra»[238].

I movimenti con la spada erano 17 e cioè: spada alla mano o in parata, primo saluto, spada in parata, secondo saluto, spada in battaglia, spada in parata, spada all'orazion, spada in parata, spada a funeral, spada in parata, spada in riposo, spada in parata, spada in battaglia, spada in riposo, spada in battaglia, spada in parata, spada nel fodero.

Il saluto con la spada si rendeva dagli ufficiali veneti presso a poco come si pratica oggigiorno e così si salutavano: