«L'Ecc.mo Savio di Terraferma alla Scrittura, i Provveditori Generali da Mar, della Dalmazia e gli Ecc.mi Capi di Provincia in Terraferma». Per rendere onore alle altre autorità militari il saluto con la spada si arrestava al primo tempo dell'odierno saluto, e cioè «con la coccia della spada dirimpetto al mento, alla distanza di un palmo, guardamano voltato verso il lato sinistro e lama verticale e di piatto».
Questi modi di salutare le autorità militari superiori ed inferiori surrogarono rispettivamente la battuta della picca ed il levarsi del cappello, quando la picca stessa costituiva l'ordinario armamento dell'ufficiale.
Altre regole disciplinavano il modo di portare la spada all'orazion, che stendevasi a quell'atto davanti al corpo con il braccio disteso e la punta fin presso terra, mentre l'ufficiale ripiegava il ginocchio destro sotto il sinistro, si toglieva di capo il cappello e lo raccomandava alla mano sinistra; a funeral, nella quale positura la spada si portava serrata contro il petto lungo il lato sinistro, assicurata sotto l'avambraccio piegato all'altezza della mammella; in battaglia infine cioè con la spada stesa lungo il fianco destro, «appoggiandola verticalmente nel vuoto della spalla, col filo in fuori»[239].
Gli alfieri portavano normalmente la bandiera «sul fianco destro, l'asta alquanto inclinata verso dritta e pendente in avanti, la lancia (freccia) voltata in piano ed il calcio a terra». Nei tempi sereni e senza vento la bandiera si lasciava «a drappo volante», nei piovosi invece o con vento si prendeva «il canto (lembo) pendente del drappo e con la mano destra si serrava all'asta». Nelle parate—senza eccezione di tempo—la bandiera doveva essere sempre spiegata.
L'alfiere abbassava la bandiera davanti a quelle medesime supreme cariche militari cui si rendeva dagli ufficiali il completo saluto con la spada, «compiendo un ottavo di giro a dritta, poi con la mano dritta abbassando l'asta della bandiera verso la parte sinistra, finchè il piatto della lancia sia ad un palmo distante da terra… nell'atto stesso si raccoglieva con la mano sinistra il drappo e si impugnava per di fuori dell'asta». Per salutare tutti gli altri superiori l'alfiere toglieva semplicemente di capo il cappello[240].
E passiamo agli esercizi con il fucile[241]. Poche premesse poste innanzi alla descrizione dei relativi movimenti richiamavano l'attenzione sul fatto, «che il maneggio del fucile deve compiersi dai soldati con desterità e scioltezza… epperciò essi dovranno stare con l'orecchio attento al comando, muovere le mani sempre in vicinanza del corpo, eseguire con vigore ogni tempo di una mozione restando poi immobili da uno all'altro tempo». Per facilitare poi la simultaneità e l'esatta esecuzione degli esercizi, si prescriveva che «essendo i soldati in rango e fila, quelli di prima riga abbiano a guardare attentamente il campione (istruttore) e quelli delle due ultime file quelli della prima, onde muoversi tutti contemporaneamente».
Tra il comando di ciascun movimento e l'esecuzione del primo tempo di esso, il campione doveva lasciar correre un intervallo bastevole per contare a cadenza i primi tre numeri. Tra i tempi successivi questo intervallo doveva essere prolungato di alquanto e diventare eguale all'intervallo di tempo che è necessario per contare i primi sei numeri. Si eccettuavano da questa regola mnemonica i comandi per i fuochi e per ritirare le armi, i quali dovevano eseguirsi non appena ordinati.
La posizione di base per eseguire il maneggio dell'armi era quella del fucile collocato sulla spalla sinistra, con la canna in fuori, sostenendo il calcio con la palma della mano sinistra appoggiata al fianco, «sicchè il pollice premeva il calcio e le altre dita lo stringevano per di sotto: il braccio sinistro non doveva essere nè troppo teso nè troppo inarcato, col gomito daccosto alla vita in modo tale che la mammella cadesse tra le due viti della piastrina»[242].
Il rigido formalismo dominante non si arrestava però a tali prescrizioni e rilevando, «che vi sono uomini che hanno più anca che spalla e di quelli che sono al contrario», presumeva di correggere anche le differenze fisiologiche dei diversi attori con compensi e temperamenti, in modo da ottenere che tutti i fusti dei fucili si adagiassero in un medesimo piano inclinato, perfettamente uniforme.
«Se il soldato—-diceva dunque il regolamento—ha più anca che spalla, esso dovrà sostenere il fucile sulla spalla volgendo il pugno un poco in dentro perchè la canna più si scosti dalla testa; e se al contrario avesse più spalla che anca, allora volgerà il pugno un poco più in fuori appoggiando maggiormente il calcio alla coscia per avvicinare di più la canna alla testa. Con tale avvertenza si riuscirà a mettere nello stesso piano tutti i fucili di una riga di soldati».