L'esercito o la marineria veneziani si erano adunque sacrificati alla generale assenza d'ogni spirito di sacrifizio individuale e collettivo, ed in questa bancarotta di sentimenti e di mezzi essi avevano riportati dei colpi così fieri da non riaversi mai più.

Così la Repubblica cominciò a morire da quando decretò la liquidazione dei propri armamenti. «Va ben—aveva esclamato il penultimo doge Paolo Renier—No gavemo più forze, non terrestri, non marittime, non alleanze,.. Vivaremo dunque a sorte e per accidente!…».

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Vennero ben presto nuove angustie derivate dal contegno che doveva serbare la Repubblica all'aprirsi della guerra per la Successione Austriaca. Il docile strumento dei bilanci guerreschi che sembrava adattarsi all'infinito all'umile compito di dare senza nulla mai chiedere, di risarcire il patrimonio pubblico perchè altri spensieratamente lo godesse senza ombra di preoccupazioni o di affanni per l'avvenire, di servire da vàlvola di sicurezza dell'erario che si avviava al fallimento, cominciò a farsi meno duttile e più prezioso.

Le diffidenze verso la Francia e verso la Spagna, l'aperto viso dell'armi assunto dall'Austria, avevano richiamato alla realtà delle cose con quella pavidità pronta ad ogni dedizione, con quella premura decisa a troncare ogni imbarazzo e che potevano eguagliare la spensieratezza imbelle con cui si era posto mano a disfare gli armamenti. Pure conveniva apparecchiare qualche cosa, se non altro per semplice mostra.

La Repubblica aprì allora docilmente la strada di Campara (Val Lagarina) agli Austriaci—i nemici più vicini—per ingraziarseli; suonò a raccolta per le cerne e racimolò qualche migliaio di vagabondi tratti dai riparti d'Italia e d'Oltremare per innestarli nell'esercito. Alle potenze più lontane offrì in pegno la dichiarazione della sua terza neutralità a mò di una presuntuosa etichetta fatta per coprire una merce avariata. Ed il costrutto positivo di tutte queste pratiche si fu quello di riallentare i cordoni della borsa.

Nel 1741 i bilanci militari veneti risalirono ad 1,818,147 ducati, nell'anno appresso—con la leva di due migliaia di cerne—crebbero ancora sino a 2,845,481 ducati e si mantennero a questo livello per tutto il rimanente periodo della terza neutralità d'Italia. Ma dopo la pace di Acquisgrana il governo della lèsina riprese di bel nuovo il sopravvento ed accompagnò senza interruzione le vicende militari della Repubblica fino alla sua caduta.

L'esercito si ridusse daccapo prima alla forza bilanciata di circa una quindicina di migliaia di uomini, poi ad una dozzina di migliaia, compresi i non valori. Le compagnie di fanteria precipitarono alla forza di una trentina di individui, quelle di cavalleria ad una ventina, i bilanci militari al milione e mezzo di ducati ed anche meno.

La bancarotta non poteva essere più completa. L'Arsenale ridusse pressochè a nulla il proprio lavoro, le milizie incanutirono sugli artificiosi piedilista, gli ufficiali furono obbligati a morire ancora in servizio nella più tarda vecchiaia per mancanza di danari necessari a giubilarli. Nondimeno la vetusta macchina della Repubblica continuava a reclamare tutta la sua parte di dissipazione dell'erario, senza che il più timido tentativo di riforma valesse ad alleviarne l'insopportabile peso. La macchina lavorava unicamente a vuoto e peggio.

A comprovare questo spèrpero di energie basta l'esame dei bilanci dell'Arsenale veneziano, considerato come pietra angolare del vetusto edifizio guerresco della Repubblica. Esso richiedeva in media per il suo mantenimento—affatto parassitario—218,837 ducati all'anno, 46,836 ducati per l'anno dei pubblici navigli, 25,841 ducati per il rabberciamento delle artiglierìe più sganghenate, 30,000 ducati per il Reggimento Arsenal. In totale il maggior stabilimento marinaro dei Veneti pesava adunque sulla pubblica finanza per 324,504 ducati all'anno—cioè a dire per 1,356,426 lire odierne—senza contare le giubilazioni, le spese ordinarie per i trasporti Oltremare, per le esperienze ed altro.