A quell'epoca le entrate annue della Repubblica erano valutate in ducati 5,114,915, cioè a dire in lire 21,426,378 circa: le spese complessive ammontavano a ducati 5,810,037, talchè lo sbilanzo si aggirava annualmente intorno a 705,722 ducati, cioè a 2,960,161 lire.
Da questo complessivo gèttito di pubblico danaro, le spese militari (Esercito e Marina) prelevavano ogni anno due milioni e mezzo di ducati, all'incirca[251].
Tali spese nell'anno 1737 erano ripartite come segue; Arsenale e Tana, ducati 218,037 e grossi 6[252]; Spese per l'armar, comprese le navi e le galere, ducati 46,836 e grossi 3; Fortezze, ducati 32,776 e grossi 12; Artiglierie, ducati 25,841 e grossi 15; per formento ad uso di lavoro dei forni, ducati 109,264 e grossi 19. Simile, per formento bonificato alle decime, ducati 215,165 e grossi 6; per le milizie del Lido, ducati 215,107 e grossi 3; per il loro vestiario, ducati 56,594 e grossi 22. Per capitoli varii, quali spazzi (viaggi) dei capi da Mar, sopracomiti etc., ducati 28,512 o grossi 17. Paghe e paghette alle predette autorità e serventi, ducati 28,348 e grossi 17. Per gli stipendi, compreso quello del veltz-maresciallo Schoulemburg[253], ducati 31,296 e grossi 12. Totale per l'ordine militar nella Dominante, ducati 1,008,511 e grossi 23.
Il rimanente del bilancio era assorbito dalle truppe dislocate negli altri riparti della Serenissima, distinto in analoghi capitoli di spesa, e questa fu precisamente di ducati 2,060,965 e grossi 11[254].
Sempre nell'anzidetto anno, con questo bilancio la Serenissima manteneva nelle armi 19,385 uomini.
Ma premendo ovunque le proteste e gli incitamenti ad assottigliare gli apparecchi militari ed a porli in armonia con la politica di rinuncia e di stretta neutralità dichiarate dalla Repubblica dopo la pace di Passarowitz, il Senato nell'inverno del 1738 convocò, «una conferenza per meditare e far suggerire quei sollievi e risparmi che conciliar si possano tra i riguardi della pubblica economia e quelli della necessaria custodia degli Stati». Quali fossero i termini di questa equazione vaghissima, a più incognite, solita a rinverdire ad ogni crisi delle finanze e molto più ad ogni depressione di spirito ed infrollimento della volontà collettiva delle nazioni, non è detto. Certo si voleva che l'Esercito e la marineria veneta facessero le spese dello sbilanzo e lo risarcissero.
La navigazione più non allettava, il commercio veneziano era allora arenato, l'impero coloniale scomparso miseramente: di questo ormai non rimanevano superstiti che i pochi brandelli delle isole Ionie, del Cerigo e di Cerigotto. I porti franchi di Trieste, di Livorno, di Ancona e di Sinigaglia avevano soppiantato i traffici della Repubblica, che si era ormai ridotta a dimenticare affogando le memorie del passato nella vita spensierata, spendereccia e voluttuaria del presente. Ed in quei frangenti di allegro consumo senza un'equivalente produzione riparatrice, lo sbilanzo cresceva.
Nondimeno il credito della Repubblica era ancora considerevole—una bella facciata architettonica che imponeva pur sempre per quanta rovina nascondesse nell'interno—ed il fratto degli antecedenti risparmi poteva consentire di far ancora fronte alla situazione, purchè si ponessero un poco all'incanto le armi e meglio si colorisse con quest'atto la divisa assunta dallo Stato godereccio, scettico ed imbelle.
Frutto adunque della conferenza indetta dal Senato Veneto si fu una prima riduzione della forza bilanciata la quale, da circa 20,000 nomini, discese a meno di 16,000. Si sospesero inoltre le reclutazioni e le giubilazioni e si incitò la conferenza anzidetta a proseguire nelle riforme e nelle falcidie per realizzare nuovi e più copiscui risparmi.
Nel 1738 il bilancio militare veneto si ridusse infatti ad 1,886,322 ducati; quello del 1739 discese ancora a 1,670,333 ducati; quello del 1740 infine precipitò a 1,592,784 ducati.