I quadrati si ottenevano invece dalla linea spiegata, ripiegando le ali all'indentro e ripiegandosi ancora ciascuna metà di queste ultime in sè medesime dopo effettuata la conversione verso l'interno, in guisa da costituire nell'insieme il quarto lato della figura. Ciò fatto tutti eseguivano una conversione individuale «verso la campagna».

Le cariche si effettuavano di regola in modo avvolgente. In quest'arte—tramandatasi tradizionalmente nella cavalleria veneta dagli stradiotti e dai cappelletti—si distinguevano ancora, sul cadere della Repubblica, i Croati. Questi medesimi recavano ancora la palma nel foraggiare, nel portare gli attacchi in terreni intricati e scuri, nel passaggio dei corsi d'acqua ed infine nei combattimenti temporeggianti e nelle ritirate. Le corazze distinguevansi a loro volta nelle salve con i pistolonì, ed i dragoni nei fuochi con i moschetti e nei combattimenti pedestri.

Gli esercizi campali e le evoluzione del Reggimento artiglierìa erano infine regolate, sul tipo di quelle della fanteria, da un libretto appositamente redatto dal brigadiere Stràtico.

La carica dei pezzi si eseguiva con la cucchiaia o con i cartocci. Con il calcatoio si spingeva la polvere nella camera della bocca da fuoco e vi si intasava, adoperando all'uopo un poco di strame palustre, delle alghe di mare oppure della paglia aggrovigliata, fintantochè la polvere stessa affiorava nello intorno del focone. Indi appresso si introduceva nell'anima del pezzo la palla elevandone alquanto la volata. Eseguito questo primo tempo della carica, con un fiaschetto si colmava di polvere da innesco il focone, se ne spargeva un poco anche nella parte posteriore di esso, ed il cannone era allora pronto per la punteria e lo sparo.

CAPO X.

Dei bilanci militari.

Anche l'energia motrice di ogni organismo sociale, il denaro, difettava grandemente al tempo della decadenza repubblicana. È perciò necessario di toccare anche questa materia nelle sue relazioni con i bilanci della guerra, per conoscere quanta parte della rovina nelle armi venete tocchi ai fattori morali e quanta, non meno notevole, sia da attribuirsi invece ai fattori materiali, al governo della lésina, al metodico rifiuto dei mezzi necessari per mantenere in vita il prezioso strumento della difesa della patria, all'ostinatezza infine di negare ad esso le necessario riforme.

Importa dunque sfogliare anche il carteggio dei Savi cassieri—o ministri veneziani delle finanze—quello dei Magistrati sopra Camere, o sopraintendenti delle tesorerie provinciali, esaminare le pòlizze dei preposti al Quartieron, o cassa militare destinata a sopperire ai bisogni della milizia stanziata nel territorio dipendente da ciascuna Camera.. E da questa indagine emergerà una verità di molto rilievo. Che cioè i primi allarmi nelle angustie finanziarie si sogliono, con improvvido consiglio, far scontare alle milizie—come che queste possano in ogni evenienza privarsi di tutto quasi arnesi inutili e parassitari—e che questa decimazione mal frutta allo Stato che la pratica nel momento del pericolo, quando cioè esso si accorge troppo tardi di essersi apparecchiato lentamente e di proposito alla rovina, all'umiliazione ed al servaggio.

Al caso concreto, Venezia negò ai propri soldati e marinai il necessario per affilare le armi, tenere asciutte le polveri e validi i propri navigli, ed il mal fatto risparmio andò profuso e sperduto nel mantenere sul proprio suolo due eserciti, nemici tra di loro e pronti a sovvertirla.

Ora vediamo un poco addentro a queste cifre. Alla fine della Seconda Neutralità d'Italia (1737) la Serenissima aveva accumulato un sensibile deficit, o sbilanzo—come si diceva nel linguaggio d'allora—epperciò si escogitarono riduzioni, falcidie ed economie, atte possibilmente a colmarlo.