Quanti giovani abbiamo visto uscire dalle scuole, malinconici, curvi, deboli, avari di voce e di gesti, pallidi, avvizziti, con occhiali doppi e infinite miopie stringendo sotto il braccio con una specie di orgoglio spaventoso e miserando «I Promessi Sposi», come Don Rodrigo stringeva il suo foruncolo di peste bubbonica.

La loro peste bubbonica era il culturalismo teutonico.

Si andava predicando che i giovani italiani erano ignoranti e che il loro ingegno aveva bisogno di una cultura solida, seria, metodica. In realtà si predicava l'odio all'ingegno. Leggete, studiate, ponderate, chiudetevi nelle biblioteche, compulsate i codici, studiate gli antichi! Vivete nei musei! Copiate quadri e statue! Bisogna imparare [pg!138] a scrivere, a dipingere, a scolpire copiando le opere dei grandi! La lingua italiana è difficilissima, occorre decidere dopo serie meditazioni quali siano i maestri da preferire e i dizionarî da consultare. Il Bartoli, il Boccaccio, Machiavelli, Tommaseo, Rigutini, Fanfani.... Occorre postillarli. Il tale ha ingegno. Ma usa francesismi. «Questa dei francesismi è peste varia...».

In questa rete di divieti, di difficoltà inesistenti e di false divinità da rispettare, da evitare, da non offendere il giovane geniale smarrisce il suo vero istinto propulsore e deprime il suo coraggio orgoglioso. Tutte le sue forze rimangono contratte allo stato di angoscia dolorosa davanti alla strada lunghissima, senza conforto nè aiuto.

Sotto il nuvolone minaccioso degli esami inutili da passare o la pioggia torrenziale dei compiti cretini, lo studente educa il suo cervello e il suo spirito alla paura e al pedantismo.

Egli trova ogni sera in famiglia la tipica atmosfera di grettezza, di mediocrità, l'odio per tutte le forme di avventura e di audacia, i moralismi pretini, la goffa lotta fra l'avarizia taccagna e l'ansia del lusso provinciale, l'affettuosità morbosa accaparrante e soffocante della madre e la dura prepotenza di un padre rammollito che crede però suo dovere stroncare il figlio ad ogni costo in tutto ciò che può sognare, desiderare, volere.

Questo giovane geniale si sente nei nervi una forza misteriosa, violenta. Sarà poeta, pittore, [pg!139] artista drammatico, costruttore di ponti su fiumi americani, appaltatore di terreni lontani da dissodare, deputato, ecc.: egli non sa esattamente.

Rischierebbe volentieri tutto ciò che ha di caro e di piacevole intorno a sè, affetti, amicizie, primi piaceri sessuali, allegrie goliardiche, per ottenere immediatamente la prova diretta e la manifestazione di questa sua forza.

Egli ha invece intorno a sè degli alti pessimismi neri, delle negazioni massiccie; respira lo scetticismo avvelenante e non ha un soldo in tasca.

Se coraggiosissimo, rivoltosissimo, egli riesce a spaccare e rovesciare tutti i divieti, la miseria assoluta, ultimo laccio invincibile, lo trattiene e lo inchioda nell'assoluta impossibilità di staccarsi e di osare.