Dice l'art. 1 della legge: .... «Le azioni della Società si compongono: a) di azioni o parte di azione di capitale; b) di azioni dette azioni di lavoro. Le azioni di lavoro sono la proprietà collettiva [pg!171] del personale salariato (operai ed impiegati dei due sessi) costituito in società commerciale cooperativa di mano d'opera in conformità dell'art. 68 della legge 24 luglio 1867, modificata dalla legge 1º agosto 1893. Questa società di mano d'opera comprenderà obbligatoriamente od esclusivamente, tutti i salariati adibiti all'impresa da almeno un anno ed aventi più di 21 anni di età....». E per tal modo il lavoro, del pari del capitale, costituisce un diritto fisso e permanente, diritto che da origine ad un'azione, l'azione di lavoro. Questo geniale concetto dell'azione di lavoro, viene a sovvertire completamente la nozione corrente del salario, ed a elevare il salariato al livello di un collaboratore del capitalista. Esso contiene in sè potenzialmente una profonda trasformazione economico-sociale, trasformazione alla quale noi pure dobbiamo mirare. Certo, non mancano le obbiezioni di carattere dottrinale contro il principio informatore di tale legge, come non mancheranno le difficoltà della sua pratica applicazione: ma è fuor di dubbio che essa contiene una formola fondamentale di equilibrio sociale.

La grande idea è lanciata, un'idea che ha la potenza di un profondo rivolgimento legale nei rapporti fra le classi: «l'azionariato sociale». C'è qui veramente la chiave dell'armonia fra capitale e lavoro nel dopo guerra: c'è tutto l'avvenire. Se le classi dirigenti hanno qualche incertezza, qualche ondeggiamento nell'applicazione [pg!172] di questo principio, sono perdute. E notisi che la legge francese non rappresenta se non un primo passo sulla via che deve condurre alla piena attuazione del principio: essa non sancisce che una facoltà, mentre si deve venire all'obbligatorietà; e probabilmente essa è destinata a combinarsi con alcuni principî propugnati dal Briand fino dal 1910. Secondo il progetto Briand, il 33% dei beneficî sarebbe riservato agli operai; il 33% al Capitale ed al Consiglio di Amministrazione, in cui gli operai sono rappresentati in proporzione di almeno 1/4 dei membri; l'altro 33% sarebbe distribuito, quanto al 17% sotto forma di premi a compensare gli operai di élite, e quanto al 16% al direttore tecnico, ingegneri, consigliere delegato, sotto forma di supplemento dei loro stipendi. È probabile dunque che notevoli passi innanzi si debbano fare; ma la via è questa, ed ogni deviazione sarebbe rovinosa: giacchè non si può non riconoscere la legittimità storico-sociale e demografico-economica del fondamento su cui posa il nuovo principio. L'impresa non è più, nella nostra società, una funzione privata: è una funzione pubblica nei suoi presupposti, nel suo svolgimento, nelle sue conseguenze. Viceversa l'imprenditore nell'atto in cui assolda mille, duemila, diecimila operai, per una determinata forma di produzione, tende ad accaparrare nel proprio individuale interesse una parte delle forze nazionali: la nazione gli cede una parte del proprio organismo affinchè egli ne disponga come [pg!173] crederà più opportuno: e da allora la vita e l'avvenire di questa parte della nazione, dipendono dal suo arbitrio e dalla sua capacità. A questo punto è legittimo che sorga il diritto della collettività nazionale a limitare quello dell'individuo: rappresentata da quei mille o duemila o diecimila operai che furono assunti dall'individuo imprenditore — il quale, notisi bene, deve allo stesso ambiente sociale una gran parte della sua capacità tecnica e della sua potenzialità economica — la collettività nazionale insorge ed afferma il suo diritto a partecipare all'impresa. Spunta l'azione sociale. Un radicale rivolgimento è avvenuto nei principî del salario, poichè questo riesce così composto di due quote: una quota con la quale all'operaio è assicurata la semplice esistenza e che pertanto si potrebbe chiamare biologica, ed una quota con la quale e per la quale l'operaio partecipa in modo cosciente ai beneficî della gestione sociale.

Umberto Notari, direttore delle Industrie illustrate italiane, da me interrogato sull'opposizione che la sua campagna in favore dell'azionariato sociale ha incontrato nell'ambiente industriale, mi disse:

«Uno dei principali oppositori, Pirelli, non ha trovato, in fondo, che queste due obbiezioni:

1) Accogliere nel consiglio di amministrazione degli operai vuol dire accogliere dei possibili propalatori o trafugatori di sistemi, di metodi [pg!174] speciali, di formule segrete e di brevetti preziosi, dato che gli operai possono domani abbandonare l'azienda od officina per recarsi in un'altra.

2) Le maestranze sarebbero sempre più o meno malcontente degli operai che le rappresenterebbero nel consiglio d'amministrazione.

In realtà, mi disse Notari, «negli industriali si manifesta una irriducibile repugnanza ad avere al fianco l'operaio servitore o schiavo di ieri».

Vecchia concezione medioevale del padrone capitalista chiuso coi suoi amici azionisti nel ricco ed elegante studio che guarda attraverso gli eleganti pizzi delle sue tendine il fiume nero degli operai che scorre nelle vaste arterie della sua immensa fabbrica fra il rosseggiare degli alti forni e le cataste di coke.

Ma l'ostilità — soggiungeva Notari — viene anche dagli operai, i quali non comprendono assolutamente l'ascensione morale che l'azionariato offre loro e sono d'altra parte sobillati dai capi e agitatori contro l'azionariato stesso che tende a distruggere ogni loro ragione d'essere, poichè addormenta la lotta di classe».

Notari conveniva con me che in fondo si tratta di ostacoli di un valore molto relativo. [pg!175]