Sarà altamente patriottico il gesto col quale l'Italia, rompendo vecchie catene tradizionali e sentimentali, trasformerà le sue vecchie tele e i suoi vecchi marmi in acciaio utile, veloce e dominatore. D'altra parte, le nostre opere d'arte antiche, vendute in America, in Inghilterra, in Russia o in Francia, diventeranno la più efficace delle réclames al genio creatore della nostra razza.
Genio inesauribile, questo, poichè si manifestò oggi nel nostro grande esercito improvvisato che vinse, in matematica militare e in eroismo garibaldino, un esercito agguerrito e preparato in più di 40 anni. I nostri eroi del Carso, dell'Isonzo e del Trentino hanno cento volte sorpassato in grandezza tutti gli eroi romani. Non viviamo dunque più del nostro passato; non siamo più soltanto «figli di grandi uomini»; il nostro prestigio presente ci garantisce una illimitata grandezza futura.
Siamo il popolo più artista della terra. Nessuno perciò potrà dubitare che dopo la nostra grande vittoria sapremo anche conquistare un assoluto primato artistico. Il nostro glorioso Rinascimento sarà superato dall'arte italiana di domani. [pg!194]
Si obietterà anche che questa vendita allontanerà dall'Italia il fiume rimunerativo dei visitatori stranieri. Non vogliamo discutere qui sull'utilità dell'industria dei forestieri, che pur regalando all'Italia molti milioni, è tanto aleatoria da poter cessare per un caso isolato di colera o per una scossa di terremoto, ed è sempre dannosa poichè snazionalizza e umilia il nostro paese, lo riempie di spie e trasforma un terzo degl'italiani in albergatori, in ciceroni e in boys d'hôtel.
Dichiariamo soltanto che i forestieri verranno sempre, purtroppo, in gran numero in Italia, poichè la nostra penisola ha il clima più dolce, il cielo più bello, la massima varietà di paesaggi, ed è insomma il riassunto meraviglioso di tutte le bellezze della Terra. Siccome la vendita delle nostre opere d'arte antiche sarà necessariamente graduale, i forestieri, per molto tempo, se ne accorgeranno appena. Essi troveranno sempre ad ogni modo, sul nostro suolo, torri, mura, chiese e palazzi da ammirare.
D'altra parte, tutti i nostri vecchi quadri e le nostre vecchie statue vanno continuamente decadendo in una lenta agonia e sono destinate a perire. La loro vendita dunque s'impone a un popolo come l'italiano, praticissimo, il quale deve fare oggi ciò che domani si farebbe con vantaggio assai minore.
La vendita dovrà essere fatta con somma perizia e abilità. Ne affideremo volentieri la direzione ai più illustri nostri cultori e critici d'arte, che ne [pg!195] regoleranno la valutazione sul mercato mondiale, mantenendone alti i prezzi e imponendo in ogni contratto delle clausole di riscatto. Nessuno vieterà all'Italia, ingigantita da queste utili vendite, di riacquistare più tardi ciò che fu venduto.
Un'altra obiezione può essere questa: Non si devono privare gl'italiani del piacere di godere in casa loro le opere dei nostri grandi antenati. Rispondiamo. È assurdo che su 40 milioni d'italiani, i 39 milioni che sono incapaci o non hanno tempo di amare le opere d'arte antiche continuino ad essere esauriti, e fors'anche esasperati fino alla rivolta, da sempre più gravose imposte, mentre il paese possiede un colossale capitale artistico praticamente trasformabile in tanto oro.
Supponendo nella maggioranza incolta della popolazione italiana una sempre crescente possibilità e passione di gustare il possesso delle opere d'arte antiche, noi proponiamo che una piccola parte del prodotto della vendita sia consacrata a nuovi e più profondi lavori di scavi archeologici, i quali riempiranno certo, in pochi anni, i vuoti dei nostri musei e delle nostre piazze con innumerevoli altre opere d'arte antiche. Possiamo infatti affermare senza ombra di paradosso o d'ironia che mentre gli altri paesi posseggono miniere di carbone, di ferro o d'oro, il nostro possiede le più inesauribili miniere archeologiche. Il sottosuolo di Roma, quello dell'Umbria, della Toscana, della Campania e della Sicilia, possono diventare le nostre Cardiff, le nostre Westfalie, [pg!196] il nostro Capo di Buona Speranza. Certe zone saranno meno fruttifere, ma anche per quelle si tratta di lavoro, e io non esito ad affermare che a tre o quattrocento metri sotto la mia Casa Rossa, a Milano, dorme un prezioso, elegante e nostalgico Tempio di Venere. Il passato galvanizzato così, risorgerà per partecipare al gran progresso nazionale. I nostri grandi avi pittori e scultori, da Giotto a Botticelli, a Cellini, a Michelangelo, a Raffaello, parteciperanno alla nostra vita formidabile, ombre di futuristi geniali del loro tempo, finalmente liberate dalla muffa e dal tedio dei musei.
Queste idee, d'un futurismo moderato, che io comunicai nel 1913 allo Standard di Londra, e nelle quali il mio intervistatore inglese trovò allora qualche cosa di vero, di pratico e di patriottico, potevano sembrare, in tempo di pace, audaci e divertenti paradossi. Oggi, dopo la grande vittoria noi sentiamo il dovere di proporre al Governo italiano la vendita graduale e sapiente delle nostre opere d'arte antiche, come una soluzione razionale del compenso ai combattenti.